Come la Coercizione ha influenzato gli archetipi nella letteratura fantasy (II)

di Erica Casalini


Come la Coercizione ha influenzato gli archetipi nella letteratura fantasy (I)

2. L’umanizzazione della macchina e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale

Non saremmo arrivati dove siamo adesso, se non fosse stato per i decisivi progressi tecnologici e scientifici che ci hanno permesso di dimenticare l’orrore di un mondo in cui si rischiava la vita per un tumore, si arrivava a cent’anni di rado e sfiniti dall’invecchiamento, l’aria era pressoché irrespirabile e intere specie animali scomparivano ogni giorno. L’intelligenza artificiale ha permesso a un’umanità sempre più anziana di affidarsi alle macchine per la propria cura, ha aiutato l’edificazione di intere città in ampie zone distrutte dalle guerre, architetture fatte di calcoli impossibili, l’arrivo di aiuti umanitari in territori difficilmente raggiungibili in sicurezza. L’intelligenza artificiale ha supportato la pulizia degli oceani e dell’aria, la ripopolazione controllata delle specie animali. È stato vitale per l’umanità poter fare uso di macchinari altamente specializzati che non hanno bisogno di essere guidati, indipendenti e al massimo dell’efficienza nello svolgimento dei propri compiti.
Com’è ovvio che sia, lo sfruttamento delle intelligenze artificiali è stato a lungo al centro del dibattito politico e culturale, soprattutto da quando, nel 2027 si è iniziato a discutere della possibilità di instillare nelle macchine la capacità di discernere tra giusto e sbagliato, di sviluppare dunque una sensibilità prettamente umana. Il rischio non era di dotare le macchine di un’empatia che le avrebbe emotivamente danneggiate? E si poteva poi parlare di “emotività”?
Lo sviluppo tecnologico è andato avanti a prescindere dalle discussioni sempre più accese, e finora nulla di quanto molti continuano a temere si è verificato. Le macchine non hanno evoluto sentimenti, men che meno negativi; nessuna ribellione, o pretesa di liberazione.
Nel frattempo, l’umanità continua a delegare alle macchina sempre più lavoro e impegno in generale, arrivando a un’automazione delle competenze pari quasi all’80% del totale.
Possiamo considerare internet come un’entità non viva con cui gli
utenti-individui sono costantemente in contatto. Va da sé che la rete viene vissuta in modo molto diverso da come la vivevano nel XXI secolo, soprattutto prima della Conferenza mondiale per la salute virtuale tenutasi a Oslo nel 2072.
Benché ad oggi la classificazione delle età umane come predigitale,
post-digitale e digitale possano sembrarci antiquate, non dobbiamo dimenticare che i decenni immediatamente successivi alla nascita della rete come veniva intesa allora, hanno visto un progressivo aumento del tempo trascorso in connessione frequente – quando non addirittura costante – col resto del mondo. Siamo abituati a un contesto in cui la rete globalizzata è intesa come uno strumento polifunzionale e onnisciente, in grado di fornirci il supporto e le informazioni di cui abbiamo bisogno in qualunque luogo e in qualunque momento della giornata.
Nel periodo antecedente alla Coercizione, nel pieno dell’età digitale – nei primi decenni del XXI secolo – la rete era sì utilizzata per il recupero delle informazioni e come canale comunicativo, ma era anche profondamente vissuta come l’interfaccia attraverso la quale interagire con la totalità dei propri contatti umani, una conversazione obbligata che non aveva mai fine. Era normale deputare il proprio tempo ai rapporti di lavoro come a quelli affettivi, il concetto di vita privata si era inaridito al punto da sfociare in parossismi ansiosi e spersonalizzanti: ciò che non era dato in pasto al pubblico-attore, era stato davvero vissuto? La memoria individuale si era fusa concettualmente con la memoria digitale, generando egocentrismo e paranoia.

In seguito alla già citata Conferenza di Oslo, la situazione è mutata al punto che difficilmente possiamo immaginare come fosse vivere la rete
pre-Coercizione, per questo quando ci approcciamo alla materia storica, dobbiamo tenere presente che i cambiamenti sono stati lenti e progressivi quanto importanti e che le risorse spese nei programmi per la disintossicazione dalle forme preistoriche di soc net e per lo studio di un approccio positivo alla digitalizzazione sono state ingenti.
Grazie alla saggezza dei nostri antenati, oggi la rete è frequentata con una certa continuità, ma concedendosi ampi spazi di silenzio. L’uomo si è riappropriato del proprio spazio inteso come luogo fisico, complice sicuramente anche la promozione di attività sociali nelle comunità ristrette. Tuttavia, pur scollegandosi dal mondo esterno inteso come comunità virtuale, l’uomo non si separa mai dal dialogo con l’intelligenza virtuale. Parliamo con le macchine mentre ci conducono da una parte all’altra della città, in una conversazione di domande e risposte che poco si differenzia da una chiacchierata informale tra amici. Qualsiasi dubbio viene risolto nel giro di pochi secondi, con l’attivazione neurale del dispositivo ottico. Si può scegliere di passare il proprio tempo a casa chiacchierando con l’assistente vocale, commentando in compagnia le ultime notizie del comunicato serale; è da poco uscito su The Pangea Observer l’articolo di Hailey Wang “Una bella serata con l’assistente robo-sanitario di mia madre”, in cui racconta di una cena trascorsa in compagnia dell’automata ospedaliero assegnato all’anziana genitrice. Avevano cenato insieme – ovviamente senza che l’automata consumasse alcunché – e chiacchierato di politica e attualità, per poi guardare un film sul periodo della Coercizione, coinvolgendo nella visione la malata centoventenne. Attraverso l’intelligenza artificiale come la intendiamo oggi, l’essere umano ha smesso di essere solo. “Hanno idee”, ha scritto Wang, “Possono comprendere, elaborare e farsi una propria opinione, ed esporre l’interlocutore a un punto di vista completamente proprio, e originale. Hanno idee, ma queste idee non sono collegate ai sentimenti. La compagnia degli automati può essere ideale, liberatoria, e ricordarci nel contempo cosa ci rende pienamente umani”.
L’intelligenza artificiale è in grado di produrre idee e di simulare interesse, senza tuttavia provare alcunché che possa rassomigliare a sentimenti umani; questo è stato largamente accettato nella comunità dei consumatori di contenuti fantasy, ben più che dalla società nel suo insieme. E tuttavia, l’intelligenza artificiale ha travalicato ben altri limiti nella letteratura di genere. Il cyberspazio è diventato, come dicevamo in precedenza, la destinazione prediletta dai molti seguaci dell’Hyperuranium, che sono soliti caricare una copia digitale della propria coscienza su appositi server che si occupano dello “storaggio delle anime”. Quello che accade in questi server reali è oggetto di una larghissima e variegata speculazione su un immenso Aldilà digitale, in cui certi elementi ricorrono più spesso di altri. Molti autori hanno voluto immaginare una vita dopo la morte che si collegasse alle antiche mitologie, sia prese singolarmente (la religione dell’Antico Egitto in La bilancia di Anubi di Darwin Clarke, il mito norreno in Thor il Mangiatore di Anime di Elly delle Masche) che rappresentate in un’unica visione ultraterrena abitata da centinaia di leggende, come in Dall’altra parte e in La porta nel server di Eliòt Potage.
Un’altra interpretazione archetipica dell’intelligenza artificiale vede invece nell’infallibilità dei calcoli matematici la certezza di una giustizia assoluta; alla tecnologia in generale viene affidato il compito di guidare l’umanità, di interpretare il ruolo salvifico della divinità, e di indirizzare il percorso umano.
Nel fantasy contemporaneo, le intelligenze artificiali sono oracoli, presenze misteriose che possono manifestarsi fisicamente o avere la stessa consistenza di un’app. Non hanno un’origine definita, i loro piani sono spesso oscuri e imperscrutabili,aiutano l’uomo senza spiegare perché lo facciano. E tuttavia sappiamo che la loro esistenza non può essere antecedente rispetto all’uomo, la cui messa in atto della tecnologia creatrice non viene mai messa in discussione. Alcuni degli oracoli portano nomi legati alla rete arcaica, come Robert Kahn in La voce del cronografo di Andrej Ebouàrd e Vinton Cerf in Arpa-Where di Hilary Montoya.
Il sapere assoluto delle macchine è frutto di impensabili poteri logico-matematici, e non ha nulla di magico. In questo fa da contrappeso ai ciarlatani promulgatori delle false scienze.

3. La scomparsa dello zombie

Per tutta l’epoca della Coercizione e per i decenni che la precedono, l’umanità si è trovata a fronteggiare un ambiente apertamente ostile e inospitale; pareva che il pianeta stesso volesse espellerlo dopo essere stato tanto bistrattato, e che manifestasse i propri intenti genocidi desertificando e inabissando ampie fette di territori. La medicina si trovava ancora a un passo da quelle scoperte che le avrebbero permesso di cancellare malattie mortali e altamente debilitanti, e per quanto fosse chiaro che il corpo si potesse riparare come una macchina, il perfetto legame tra biologia e implantologia che oggi chiamiamo tecnochirurgia doveva ancora combinarsi. La riforestazione era ancora in corso, le popolazioni dovevano ancora ridistribuirsi nei nuovi comparti abitativi. L’economia stava giusto uscendo dalla stagnazione, l’uomo si trovava ancora nell’intersezione mentale tra rassegnazione e gli albori della Speranza.
Gli zombie sono creature immaginarie la cui origine si può riscontrare in varie epoche e in zone assai lontane del globo, il morto che ritorna ricorre nelle leggende dell’Antica Grecia, delle antiche popolazioni slave e nordiche. In seguito a un periodo in cui la sua resurrezione era dovuta prevalentemente a cause magico-ritualistiche, il regista e sceneggiatore emblema del Secondo cinema horror George A. Romero ha legato indissolubilmente le caratteristiche del mostro. L’origine è tipicamente scientifica e non magica, – radiazioni per Romero, in seguito malattie infettive e contagi in generale – si nutrono di carne umana e sono privi di coscienza. All’interno del genere horror, lo zombie è sempre stato un antagonista ricorrente, di sicuro successo, un bait commerciale che riusciva a ispirare anche opere di una certa bellezza artistica e comunicativa. Benché anche prima di allora la figura dello zombie fosse stata quasi ininterrottamente sulla cresta dell’onda – ricordiamo serie audiovisive di inizio XXI secolo come The Walking Dead, Dead Set etc – è soltanto nei primi anni del 2060 che lo zombie pare conquistare ogni ambito della produzione mediale e creativa, imponendosi come punto di riferimento per tutte le letterature esistenti, non solo per quella di genere horror. Gli antagonisti nella letteratura fantasy o fantascientifica potevano ricorrere a eserciti di morti viventi; nelle commedie e nei film romantici capitava che un personaggio avesse perso una persona cara perché si era trasformata in uno zombie. Il Primo Olocausto venne rivisto in chiave rediviva nella trilogia La Germania delle nevi; le correnti nomadista e quella onirica, diretta discendente del surrealismo artistico-letterario, si concentrarono sulla figura dello zombie come anima errante e vagabonda, voce priva di narratore, occhio senza sguardo. La seconda giornata da morto di Xen di Loris Debàcle, uscito nel 2067 per Rizzoli-Gallimard, racconta ventiquattrore nella vita di un neo-zombie. Non c’è dialogo interiore, la prospettiva è totalmente assente: Xen non è che un ricettacolo del mondo che ha intorno.
Cos’era lo zombie, per i creatori e i fruitori di quei contenuti primomediali? Cosa si stava cercando di esorcizzare, attraverso una narrazione piena di carne morta? Sicuramente la paura della fine, di un invecchiamento spietato, la quasi certezza di una malattia altamente invalidante in un periodo in cui la sanità non era certo considerata la primaria delle istanze, più persone morivano, dopotutto, più risorse si sarebbero liberate.
L’uomo temeva l’oblio e l’impotenza, e sublimava le proprie paure, quando trovava il coraggio di fronteggiarle, vivendo attraverso gli occhi di chi aveva finito per soccombere.

Quando la bolla-zombie è scoppiata, non è stato solo per la saturazione del mercato narrativo; il fatto è che i tempi erano cambiati, l’uomo era cambiato. La Coercizione è un periodo interpretato in modo molto diverso dagli storici e dalla società intera, per via dell’intransigenza con cui politiche a dir poco necessarie vennero attuate; tuttavia, è indubbio che senza i pesanti sacrifici dei nostri predecessori, – in termini di blocchi demografici, libertà individuale, geografie abitative – l’umanità si sarebbe estinta. Le misure estreme prese dai governi diedero i loro frutti nel giro di qualche decennio, e si trasformarono da dolorosa necessità a consuetudine eccessiva. Il pericolo era stato scongiurato, la fine dell’umanità posticipata – almeno – di qualche secolo. A pochi anni dalla fine della Coercizione i governi iniziarono ad ammorbidire le proprie politiche di controllo fino a decriminalizzare alcuni comportamenti anti-sociali per i quali fino a poco tempo prima erano previste pene severissime. È celebre il caso di Joe Maggiaschi, reo di avere mentito nella dichiarazione annuale per il consumo energetico nel 2097; crimine federale per cui si poteva arrivare a tredici anni di detenzione, la sentenza è stata commutata in una multa e pochi mesi di lavori socialmente utili. Il pianeta stava rapidamente guarendo, e pochi anni dopo sarebbe avvenuta l’amnistia per i crimini energetico-ambientali più blandi.
Scontarono l’ergastolo fino alla fine soltanto quei magnati che tentarono nel 2072 a ricostituire l’estrazione del petrolio.
L’umanità vedeva finalmente un futuro possibile, raggiungibile; un benessere in buona parte ancora potenziale, ma chiaramente in avvicinamento. L’incertezza si era mutata in attesa, per la prima volta da oltre mezzo secolo. Le persone sapevano che i loro discendenti avrebbero visto un futuro migliore. Che spazio potevano ritagliarsi gli zombie, in un contesto in cui la popolazione chiedeva che le si raccontasse di un avvenire luminoso, che non riusciva più a immaginare?


Erica Casalini, classe 1988, laureata in scienze della comunicazione, gestisce il lit-blog La Leggivendola e collabora con Penne Matte, L’Indiscreto e Wired.

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Tesi di Laurea a ciclo variabile in Sociologia Letteraria
Er* Cas**e – Annualità 2250

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