Diciassette secondi

di Simone Bachechi.


Hear a voice, calling my name, the sound is deep, in the dark
A Forest, The Cure

«Ehi amico, ce l’hai un nichelino da darmi? Per un caffè».
«No, non ce l’ho e se ce l’avessi non te lo darei».
«Perché amico?…non mi riconosci?»
«Non so chi tu sia».

Passò del tempo prima che si vedessero di nuovo. Non ricordò nemmeno come era arrivato quella mattina al bar dove andava sempre a prendere il caffè, non ricordava niente tranne la notte insonne a causa della festa che diedero i suoi vicini. Ricordava l’uomo che lo precedeva al quale disse di metterla prima la freccia per entrare nel parcheggio e quello scese dall’auto chiedendo quale fosse il problema e senza dire altro tirò fuori una pistola e sparò.

Di fronte al bar degli zingari se ne stavano seduti sulle panchine del giardino pubblico, indossavano delle tute nere attillatissime che non riuscivano a contenere le loro debordanti pance piene di birra che stavano bevendo anche alle dieci del mattino. Se ne è accorto troppo tardi e sua sarà la sfortuna di non riconoscere nemmeno un suo amico, anche lui fatto di svista quando per strada gli hanno tirato calci e poi ancora calci fino a farlo sanguinare, con qualche dente in meno, allora non gli rimane davvero che alzarsi e ripartire, ma è così bello starsene lì per terra e nessuno gli vorrà credere… sta dormendo. Chiamassero la forza pubblica sentì dire da qualcuno, forse dagli zingari o da qualcuno che li voleva sgomberare. Ma nessuno avrebbe voluto degli sbirri aggirarsi nel quartiere, come se non lo sapessero anche loro che il baracchino delle verdure all’angolo vende droga sottobanco, una copertura bella e buona questo mondo. Coloro che stanno dietro il banco, va detto, persone con un livello di superiorità mentale unica, i quali non si sentono di contrabbandare con alcun altro il loro cervello possibile oggetto di scambio, svolsero nella fattispecie il ruolo di inquisitori. Dovette ammetterlo quando sentì qualcuno di loro dirgli: «Non ci vuoi credere… stai dormendo», mentre stava andando al bar come tutte le mattine per il suo caffè. Il giardino pubblico di fronte al bar ha dei frusti alberi a mezzobusto che sembrano nascondere dei segreti che verranno alla luce solo quando l’altra mezzanotte avrà compiuto il suo destino lasciando albeggiare. Ogni mattina vi sono uccelli che si inoltrano in quel piccolo bosco e ne escono morti facendo una danza di fantasmi prima di stramazzare al suolo dopo una parabola a zig-zag, mentre dalle fronde agitate dal vento si sentono provenire strani rumori. Nessuno ne parla, dicono che andrà tutto bene, ma non sarà così.

Prima di arrivare al bar incontrò altre persone, furono loro quelli in grado di determinare il suo tragitto e che hanno scritto questo racconto. Da casa sua il bar dista non più di dieci minuti sia che si percorra il tragitto a piedi o in auto nel traffico congestionato. Passò accanto al pilone di acciaio di un ripetitore per le telecomunicazioni dal quale un uomo appeso come l’asta di una bandiera sembrò volerlo rassicurare salutandolo sul fatto che la connessione internet e le linee telefoniche sarebbero state da lì a poco ripristinate e sul fatto che stesse dormendo. Poco dopo passò sotto un cavalcavia sopra il quale vide una ragazza che lo salutò mentre portava a spasso il cane. Su uno dei piloni di sostegno del cavalcavia la solita scritta: “vaffanculo al mondo” e poco di lato “resta sveglio” con accanto la A cerchiata in nero, doveva essere qualcuno a cui il mondo aveva fatto del male e lo gridava così, sotto un cavalcavia con una bomboletta spray, che male c’è? Gli altri non riescono a dirlo eppure il mondo li uccide tutti indifferentemente, chi veloce, chi con una lunga vita di conformismo, tutti uguali nel pensiero di essere diversi l’uno dall’altro. Nel prosieguo del tragitto verso il bar oltrepassò il distributore di benzina nel quale fece ingresso la macchina del sesso, una super compatta di fabbricazione tedesca con tanto di labbra fiammanti disegnate su tutta la carrozzeria, e finte ciglia sui fanali anteriori che erano delle strisce nere di lattice, sul portellone posteriore il disegno di una ridente ape e la scritta “l’ape ha punto”. Ne uscì fuori una biondissima vamp che indossava una giacca di serpente, specchio della sua personalità. Quella donna aveva visto più giovani e freschi orizzonti che ora cercava di nascondere con quei suoi residui richiami da virago.Sei stato tu…” sembrò volergli dire ma lui non si curò di lei e proseguì passando davanti alla sede universitaria distaccata del dipartimento di botanica, fuori del quale stazionava sempre lo stesso uomo dalla testa che disegnava un’elica e che fumava come sempre la sua sigaretta che lo osservò passare con il suo sguardo sprezzante, da sobillatore. Di fronte alla veranda del bar un crocchio di parsimoniosi cinquantenni volgeva gli occhi verso l’alto. Una donna urlava dalla finestra del palazzo parole sguaiate e poco dopo sparì dentro la cornice dell’infisso in vetroresina nell’antro buio del suo appartamento nel quale doveva aver trascorso una notte infuocata.

Una ragazza in oro lo interruppe prima che potesse entrare nel bar per l’agognato caffè chiedendogli se gli interessasse conoscere il futuro oppure se volesse che gli spiegasse il passato: non si curò di lei e passò oltre con una scrollata di spalle. All’interno del bar il crocchio si era addensato al banco impedendo qualsiasi plausibile varco che potesse permettergli la sua minima ordinazione. Parlavano tra di loro biascicando parole, lanciandosi sguardi obliqui e dandosi di gomito per il fatto che Plus fosse morto. Furono quegli insignificanti avvenimenti che gli impedirono l’accesso allo sguardo della ragazza dietro il banco, la quale si sentiva smarrita in quella selva di omaccioni boriosi che sembravano essersi dati convegno solo per causare il suo ritardo sul tempo effettivo. Erano diciassette i secondi di ritardo che gli avevano causato quella serie di minimi avvenimenti ad un primo aspetto insignificanti, se non fosse stato che furono quelli che gli permisero di venire a conoscenza di quanto accaduto.

Sembra che ogni diciassette secondi si verifichi un suicidio. In una dimensione temporale equidistante, nella quale ogni singolo soggetto sia in grado di stabilire in modo imparziale il reciproco essere differito tra due o più persone o situazioni contingenti sul tempo corrente, costui avrà modo di vedere le cose da una certa distanza, è indietro nel tempo, quello che scorre davanti a lui è passato, ma solo per lui, un anello nel tempo immobile che si è spezzato ed è fuggito da lui nel futuro dove lo vedrà per sempre, salvo un auspicato repentino recupero su quei diciassette secondi di ritardo personale sul quale gioca come un bambino con uno yo-yo: perché il tempo è andato avanti solo per lui, e quello che accade è proiettato nel futuro e il tempo del resto va avanti e va indietro, non sta mai fermo. Il suo ingresso nel bar gli permise di apprendere dalla voce degli avventori, della festa della notte precedente con tutta quella musica hardcore sputata fuori da casse piene di bassi che sembravano venire direttamente dall’oltretomba, senza che nessuno osasse dir niente, una notte da follia che lo tenne sveglio nonostante sua moglie continuasse a crogiolarsi nel letto invitandolo a tornare sotto le coperte. Quella fu la prima volta che desiderò che fosse morta e ne ebbe orrore. Dissero che tutto il quartiere fu svegliato e che furono in molti a iniziare inutilmente a fare telefonate ai numeri di emergenza per far cessare quel baccano. A dir loro tutti quei numeri di telefono con selezione automatica avevano dato esito negativo benché tutti seguissero la selezione di numeri successivi come da istruzioni: prema uno per inferno, prema due per stanza rossa, prema tre per ufficio repliche prema trema per tornare a casa, prema quattro per distruggere il menu principale.

Nel bar il crocchio di cinquantenni parlava di un uomo che aveva costruito una forca da giardino che si poteva azionare da sé, la brevettò e la provò su di sé, dissero. Altri dicevano che Plus fosse morto proprio per effetto di quell’invenzione. Altri parlavano di tradimenti di donne e di assassini. La testa cominciò a girargli, un violento capogiro dato forse da quell’assembramento o dalla notte insonne. Si precipitò fuori per prendere aria, rinunciando al caffè. La ragazza vestita d’oro sembrava aspettarlo, indossava un abito regale con un’ampia mantovana a rouches intrecciate dalle cui figure si stagliava lo stemma di un’antica compagnia di archibugieri. Gli chiese ancora se avesse voluto conoscere il suo futuro, eppure sembrava più l’infanta di Spagna che una cartomante. Lo invitò a sfogliare la margherita domandandosi se l’amasse o non l’amasse o se solo l’amasse ma lo tradisse; infine, fattasi spregio della sua incredulità e titubanza gli disse: «Corri a casa è successo un disastro». Lui pensò che mettendosi a correre avrebbe potuto recuperare i diciassette secondi.

La donna che si era affacciata alla finestra e alla quale il crocchio di cinquantenni volgeva lo sguardo poco prima ora era fuggita in strada facendo finta di essere inseguita dall’uomo che ora se la diede a gambe fra la derisione degli zingari panciuti e abborracciati che gli urlarono dietro… «Non ci vuoi credere, stai dormendo», passando di nuovo di fronte al dipartimento di botanica dove quell’uomo lo additò minaccioso… sei stato tu! Di fronte al distributore di benzina per poco non venne investito dalla macchina del sesso che stava immettendosi sulla strada dopo il pieno di bugie che le aveva propinato la sua biondissima proprietaria e guidatrice, la quale per scusarsi con lui gli sussurrò dall’abitacolo un semplice “Ti amo”.

Sotto il cavalcavia la scritta accanto alla A cerchiata sembrava essersi trasformata in un “torna a dormire”, mentre da sopra la ragazza che ora sembrava portare a spasso un molosso pronto a essere sguinzagliato per divorarlo incrociò il suo sguardo laser con quello di lui terrorizzato e con il fiato corto dicendogli… «Sei stato tu!» Stava finalmente avvicinandosi a casa dove avrebbe finalmente potuto verificare l’origine e lo stato del predetto disastro quando accanto al ripetitore l’uomo asta da bandiera e tecnico radiale delle centrali delle comunicazioni gli disse una volta sceso a terra che internet era di nuovo funzionante e poteva fare anche delle telefonate adesso, anzi gli comunicò di una telefonata da lui ricevuta mentre se ne stava sul pilone, lo vide dalla spia che si accese in corrispondenza del suo interno abitativo e si permise di rispondere per suo conto, prendendosi carico semplicemente di recapitare il messaggio che quelli gli lasciarono: era un sedicente centro di studi notarili online, uno di quei numeri con selezione automatica ai quali ci si rivolge per tutti quei beni non denunciati, non riscattati, testamenti, assicurazioni, liquidazioni che rientreranno nelle disposizioni dello stato infame e beccamorto in caso di mancata rivendicazione. Erano stati incaricati di contattare quell’uomo da una sua lontana parente che gli aveva chiesto di occuparsi di un lascito ereditario di un tizio dal nome Plus. Lasciarono il numero verde di riferimento al quale l’uomo avrebbe potuto richiamare non appena fosse arrivato a casa disse il tecnico. Si trattava di uno di quei numeri di telefono a digitazione successiva del tipo prema uno per inferno, prema due per stanza rossa, prema tre per ufficio repliche prema trema per tornare a casa, prema quattro per distruggere il menu principale. Le parole del tecnico delle telecomunicazioni lo indussero ad accelerare ancor più il passo verso casa, cercando in quel mondo di recuperare i diciassette secondi che aveva perduto mentre sopra di lui sentì calare l’ombra di una nuvola che lo inseguiva con la forma di uccelli remiganti dalla parvenza di gufi. «Ti serve qualcosa?» gli chiese uno dei venditori del banco della frutta vedendolo così trafelato. La sua esitazione a quella strana domanda, perché rivolgere una domanda a uno che corre come un pazzo? incoraggiò il falso fruttivendolo al proporgli di trovarsi per lo scambio nel parcheggio dietro l’angolo prima che il suo cuore iniziasse a sanguinare. Lì era stato allestito da tempo un banchetto di satanisti. Montavano tende, gazebo, accendevano fuochi e griglie e su dei tavoli ricoperti di incerati neri le officianti, donne dalle labbra cadenti e le unghie laccate dall’odore di vernice a base di trementina, vendevano collanine di ossa con l’alterigia e tutto il blasone dei soldati durante la celebrazione di un sabba.

Questo poco prima di ritrovarsi presso la dimora del limite estremo, la casa dove si trova l’io ombra, il cui accesso ora sembrava a lui per sempre sbarrato e nessun olio esausto avrebbe potuto forzarne la serratura del cancello di ingresso dove stazionava quello che sembrava essere il proprietario dell’immobile, il quale non lo riconobbe e gli chiese se per caso stesse dormendo. «Non lo cercare qua, è morto, lo hanno portato via poco fa, vedi… lì in giardino c’è ancora il suo sangue e in camera da letto… non ti immagini nemmeno che disastro». Abbassò lo sguardo in modo compassionevole e aggiunse: «Era un mio vecchio amico». Furono le sue ultime parole, prima di congedarsi da quello sconosciuto, dicendogli che purtroppo non aveva niente da dargli, rassicurandolo sul fatto che i morti non si portano soldi con sé e che nell’Aldilà non esistono commerci di alcun tipo.


Simone Bachechi è nato nel 1970 a Pistoia dove risiede. Impiegato in 5 stelle, nel senso di albergo, a Firenze. Studi di filosofia presso l’Università di Firenze. Alcuni articoli e recensioni sono presenti su Lankenauta, IlMondooniente, Lucialibri, Minimaemoralia e Il Mucchio selvaggio, prima che quest’ultimo scomparisse, purtroppo. Racconti si possono trovare  su Verde rivista, L’irrequieto, Spazi inclusi, Spore Rivista. Altri  sono scomparsi insieme alle  riviste che li ospitavano. Un breve testo è presente sul sito ufficiale dedicato ad Antonio Tabucchi.

Immagine: Maria Chiara Paone è nata nel 1991 a Lamezia Terme (CZ) e vive a Roma dove ha studiato Filologia Moderna. Si occupa di editing e scrive articoli per Direfarescrivere, Bottega Scriptamanent e Tararabundidee. Combattendo contro la sua incapacità di disegnare cerca da sempre metodi alternativi per fare arte, avvicinandosi recentemente al collage in cui trova una dimensione democratica ma fuori dagli schemi.
Intreccia parole e frammenti di carta su @storiedicollage.

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