Bestiario Incerto: Lettere impossibili

di Antonio Potenza e @dis_tratto.


1.

Susanne, ti regalerò il mio alogos: un nostro reale impossibile.
Per questo resterò in attesa, a guardare il mondo disfarsi attraverso la finestra. La sua polvere mi servirà da filtro, renderà l’apocalisse meno dolorosa. Osserverò con calma l’Uroboro stringere le spire, fissandone le scaglie blu elettrico. Berrò un tè verde, in modo da avere il petto caldo quando tutto finirà: in fondo non so bene cosa mi aspetterà dall’altra parte.
Nel momento in cui mi renderò conto che Marina sta per essere stritolata, ti scriverò, Susanne, una delle lettere più sincere. Aprirò con il tuo nome, come ho sempre fatto. Andrò a capo, quindi scriverò di stare bene, fingendo di essere felice di comporre questa lettera, ti racconterò di un bel sole invernale che timidamente sta scaldando il paese. Cercherò di descriverti fedelmente i canti di morte degli uccelli che si alzano la notte per poi continuare con la descrizione della luna piena che in questi mesi ha illuminato le sue piume d’acciaio. Che dolore al petto averle guardate: tutto brillava di una luce azzurrina, come in un enorme acquario, eppure – aggiungerò – sapevo che tutto sarebbe finito.
Che amarezza doverti scrivere Susanne, ti dirò. Bada, non perché mi dispiaccia sentirti, ma perché inviarti proprio questa missiva, implica la fine di Marina stessa. Non averti qui, inoltre, fa male in egual modo. Avverto un certo fastidio sotto la pelle. Una specie di divina ingiustizia si è abbattuta sul nostro tempo e le interferenze dall’alto mi hanno sempre procurato un certo nervosismo. Leggerai infatti che avrò da ridire con gli dèi, con il loro fare egoistico e vendicativo. Imprecherò tramite la scrittura verso quella divinità che ha portato l’Uroboro proprio qui. Noterai nella lettera, poi, che non risparmierò nemmeno gli uomini. Marina faceva parte del continente un tempo, dopo un’isola (o almeno così raccontano gli anziani del posto), quindi sarà una nuova Atlantide. Gli abissi ci aspettano, ma le bottiglie di plastica galleggeranno.
Credo che sarà l’ultima che spedirò in mare. Mi scuserai, mia Susanne, se mi dilungherò aggiungendo qualche particolare, potrei non avere più altre possibilità di raccontarmi.
Ti immagino leggere questo verso e nella tua cucina luminosa sorridere mestamente. Staccherò il discorso con uno spazio bianco. Salterò d’argomento. Alla fine capirai. Perché tu hai letto Gospodinov, Nolte e Manganelli. Conosci la mia teorizzazione dell’Atomismo e sai che benché apparentemente slegati, i nuclei narrativi si ricollegano tutti nella chiusa con un sonoro Amen. Un po’ come noi.

In ogni caso placherò la tua ofidiofobia: non c’è malignità nei serpenti. Anche se hanno la dimensione di un’isola, come quello che per misteriosa provvidenza è venuto ad attanagliare Marina, non hanno una natura cattiva. Seguono ciò che è stato inscritto nei loro testamenti cellulari. Nessun arto, nessun artiglio, due lunghi denti e un milligrammo per chilo di potente veleno. Seguendo uno stupido calcolo logico percentuale, se si toglie un buon ottanta percento di muscoli, vi rimane un venti per cento da suddividere tra organi, scheletro, scaglie e fraintendimenti. Quando vedi un serpente sbadigliare, sei in errore. Risistema la mandibola dopo il pasto, tutto qu, così come sognarlo non implica una simbologia fallica. La sua esistenza appura che strisciare mesti e colpire con tempismo possono essere due strategie evolutive efficienti, ti scriverò questa frase e poi fumerò una sigaretta per riprendere le idee e immaginarti un po’. Tu arrossirai e ti legherai i capelli in una coda.

2.

Dall’altra parte del mondo si sente la stessa brina malinconica che avverto io qui, Susanne? Non capisco se sia questo piccolo mondo ad accartocciarsi tristemente in un ammasso di ombre, o se sono io a gettare su di lui uno sguardo interpretativo ormai rassegnato e rabbuiato. Vero è, però, che i coni di luce sputati dai lampioni sembrano scoprire uno strato di densa melanconia, biancastra e melliflua, che fugge lo sguardo umano. Una sottospecie di brina sulfurea si aggiunge alla gravità che avverto sullo stomaco e non saprei ben dire se si tratti dell’autunno o del fiato della bestia che dona alle casette bianche di Marina questo odore acre. Adesso avrei bisogno del tuo aiuto. Hai saputo sempre scindere le cose: è una facoltà che ti appartiene intimamente. Sei brava in questo, io invece no. Confondo, mischio, come in un tracotante pasto di montagna, non mi importano gli ingredienti, ma solo l’appagamento finale e il gusto sommario che provoca alle papille gustative. Ti chiederai se a me sta bene tutto questo, ti confesserò che, sì, per questa volta lo accetto. Quest’escatologico autunno avrà un significato. Mi dispiace solamente che non potrò scrivertelo quando lo saprò – e in ogni caso sarà sicuramente troppo tardi.

3.

Ti aiuterò a ricordare quando il serpente appoggiò per la prima volta la testa sulla terra ferma e le conseguenze furono catastrofiche. Il momento esatto in cui lo avvertimmo lo conservo nitidamente: distesa sul mio letto, in mezzo ai ricami delle coperte, il tuo volto si trasformò. Sul viso una nuova espressione di sgomento occupava il posto degli occhi trasognanti, quelli lividi, post orgasmo. Ci vestimmo velocemente. Credo di aver indossato per la fretta le tue mutande. Dal balcone osservammo la gente scappare terrorizzata, mentre cercavo di sistemarle strattonandomi i pantaloni in malo modo. Le grida creavano una cupola di rumore uniforme che si mischiava allo sciabordio dell’acqua. Verso il mare una cupola grottesca e squamata, di un blu intenso, occludeva lo sguardo all’orizzonte. Grosse onde s’erano alzate e avevano portato via le case più vicine alla riva. Quando il timore si dissipò e la risacca si ritirò con un tiepido sole grigiognolo, scendemmo in strada indossando spessi stivali di gomma. Ci accorgemmo che molti avevano trovato riparo nella piazza, costruita un po’ più in alto del resto del paese. Percorrendolo in direzione opposta, verso il litorale, l’acqua si faceva gradualmente più alta, fino a inumidirci le ginocchia. Sentivo la tua mano tremare, mentre procedevamo verso gli abissi. Dove un tempo passavamo le giornate di sole a mangiare le pesche, dove sotto i pini marittimi fumavano le canne, in quel momento qualcosa di inspiegabile occupava lo spazio. Le scaglie bluastre creavano un contrasto ammaliante con il grigio del cielo. Ti ricorderò quell’attimo, perché quello fu il punto di rottura in cui voltando i nostri sguardi a est ci accorgemmo dei battelli pronti a partire. Ti porterò alla mente, in quest’ennesima lettera, per l’ultima volta, la tua decisione di partire. Delle borse e delle valigie preparate insieme, invece, non ti scriverò nulla. Fanno più male del suo arrivo. Ogni mia negazione alla tua richiesta di partire assieme continua tutt’ora nella memoria a bruciare in modo violento. Dei miei genitori senza casa, con i capelli fradici alla nostra porta, nemmeno dirò nulla. Allo stesso modo eviterò di ricordarti il momento del tuo approdo a Marina, quando usavi l’indice come segnalibro per mantenere la pagina di “Uomo diventa lupo” di Robert Eisler. Sorvolerò su tutti i dettagli che ancora vividi mi tormentano la testa: dalle curve dei tuoi seni, ai piccoli punti di cellulite al di sotto delle natiche, delle lentiggini sbiadite sotto gli occhi, alle occhiaie marcate quando dormivi poco. Cercherò di zittire le nenie di Ryxche mi ritornano nelle orecchie come un laconico lamento, accompagnato da reminiscenze della tua voce. Tacerò sulle nostre teorie: il ritorno del Ragnarok e l’Apocalisse cristiana; l’evoluzione tracotante e la vendetta adamitica. Non mi permetterò di ricordarti i momenti degni di particolare nota vissuti insieme.
Deciderò di raccontarti, invece, come i cittadini di Marina si siano rassegnati alle circostanze, accettando tacitamente l’avvento della bestia. Non facemmo (ma poi, cosa potevamo fare effettivamente?) nulla per impedire che essa adagiasse pian piano le spire attorno all’isola. Sei partita in autunno e da un anno è ancora la stessa stagione. Gli ultimi alberi rimasti nella parte nord non cedono alla morte, resistono all’inverno e schifano la primavera. Le loro foglie persistono con vene arancioni e rosse e gialle. Credo che questa loro silenziosa resistenza sia l’unica a Marina e allo stesso tempo suppongo derivi da una specie di microclima creatosi a causa delle barriere innalzate dalle spesse curve della serpe.
Infine avrò cura di darti il mio ultimo ritratto: non rado la barba da tre mesi, mi mangia il volto fino agli zigomi, la mia pelle si è ingrigita e i denti sono anneriti dal fumo. I capelli si diradano perché la paura divora i miei bulbi piliferi. I muscoli del petto hanno ceduto, il grasso si è ritirato e le ossa, come conchiglie con la bassa marea, riaffiorano come antichi velieri affondati. Ho l’umore di un mulo. A testa bassa lavoro sulle ultime immagini da inviarti. Ecco il mio ritratto, che non inserirò nella lettera, chiuderò senza nemmeno i saluti in modo da lasciare aperta la possibilità di un arrivederci e non di un addio.
Nell’ultimo consiglio tenuto nella Chiesa del Perdono, a ovest di Marina, siamo arrivati alla conclusione – studiando i movimenti sussultori della bestia azzurra – che all’isola è concesso ormai poco tempo. I nostri volti sono grigi da settimane e quando leggerai queste parole, saranno probabilmente scavati dal mare, mangiati dalle alghe e dai pesci spazzini. Tutto il suo corpo ha ormai circondato i campi più esterni, tirato giù la maggior parte delle case periferiche e sfiora le mura del centro. Reggeremo quanto reggeremo e non abbiamo intenzione di far nulla. Ti confesserò che spesso mi assale la stimmung, perché ho scoperto che vi è qualcosa di massimamente reale nella voluttuosità delle spire dell’Uroboro, e che eccede ormai il reame del possibile. La mia piccola rivoluzione civile è questa, Susanne. Leggerai le parole del mio dissenso, la fioca animella del mio animo non sconfitto. Nella lettera annoterò le ultime memorie perché il mondo si ricordi di Marina e ai posteri sia lasciato il debito di non averci salvati. Sapranno pure che in qualche modo ci siamo amati. Scopriranno che un autunno perenne è possibile, che i monstri esistono, che le isole affondano, che due individui rimangono inspiegabilmente uniti e che lettere impossibili si possono scrivere.

4.

Adesso, libero questo serpente azzurro appena pescato. Mi ricorda chiari fiumi d’autunno e che,mia cara Susanne, non ti ho ancora conosciuta, ma dovrò cominciare a scriverti.


Antonio Potenza, classe ’93, ex editor di Sundays Storytelling pubblica i suoi racconti su Lahar Magazine. Giornalista video e cartaceo per Linc Magazine e Notizie.it. Vive a Milano, pensa a Firenze ma gli manca Roma.

Immagine: @dis_tratto


BESTIARIO INCERTO

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