El Diavol

di Andrea Derizio.


Il presente si salva soltanto perché è troppo stupido per interrogare da vicino il passato.
Il modello di Pickman, H. P. Lovecraft

Il primo agosto 2030 Anselmo Damiani uscì di casa a mezzogiorno in punto. Avrebbe potuto ordinare il pranzo dal cellulare e attendere il trillo del fattorino sprofondato nel divano, con una canna di buon marocchino tra indice e medio, il condizionatore che disperdeva il fumo in neghittose volute; invece arrancava per corso di Porta Ticinese in direzione Porta Cicca. Fin da quando si era svegliato, intorno alle undici, aveva avvertito l’inesplicabile quanto impellente bisogno di mangiare nel baretto ai piedi del bastione con la cima integra. Un posticino piuttosto lurido, in realtà, dove non si era mai azzardato a bere neanche una birra, figurarsi assaggiare qualcosa di solido.
In cielo incombeva una plumbea cupola d’afa, che cuoceva a fuoco lento le casette color pastello, il lastricato, i radi passanti, velati da una sorta di caligine. Il sudore gli colava lungo le ascelle impregnandogli il cotone della t-shirt, sulla fronte gli rosseggiava l’eritema per l’eccessiva traspirazione. Mentre schivava un manipolo di turisti distratti dai negozi di ferramenta, dalle boutique di capi vintage, dai ristorantini greci, cinesi, messicani, Anselmo ebbe la sensazione che il ronzio delle unità esterne dei condizionatori, nascoste dietro gli intrichi di ferro dei parapetti, lo avvolgesse in un abbraccio. Ma col passare dei secondi l’abbraccio lo cinghiò a tal punto che il ronzio finì per sovrastare lo sferragliare del tram, gli accenti stranieri, il tintinnio delle posate all’interno dei locali vuoti; e più pensava ai getti roventi che venivano buttati nell’aria già torrida per ventiquattrore al giorno ogni giorno – quelli che venivano buttati fuori da casa sua compresi – più il fiato si accorciava. Finché non gli mancò del tutto. Vide nero e rimase immobile nel mezzo del marciapiede, cercando di non svenire.
Quando riuscì a ingoiare il boccone d’aria, per quanto caldo e saturo di polveri sottili fosse, tornò a vederci e poté riprendere il cammino. Sennonché venne repentemente urtato al fianco, dunque superato, da un tizio con in testa uno strano cappello nero a falda larga, una penna nera in cima. Gli ricadeva sulla schiena un mantello anch’esso nero, il cui orlo sdrucito ballonzolava al di sopra di un bizzarro paio di stivali, dallo sperone dentellato sul collo del piede. Provò a curiosarne il volto, ma glielo celavano lunghe ciocche di capelli mossi e neri, dai riflessi rossastri. Lungo, magro, dinoccolato, il tizio non dava l’impressione di procedere spedito: Anselmo provò la sgradevole sensazione di averlo già incontrato e affrettò il passo, ma non riuscì ad avvicinarlo, benché quello non avesse mutato di una virgola il ritmo della sua andatura.
Lo pedinò fino all’ultimo isolato di corso di Porta Ticinese. Ma anziché ritrovarsi sulle strisce pedonali di via Molino delle Armi si scoprì su un tratturo d’oro sotto un firmamento preclaro. Come se la coltre d’afa fosse sparita all’improvviso, insieme alla colata d’asfalto, lasciando il posto a un sole accecante e una strada sterrata. Il tizio attraversò come se niente fosse, e ad Anselmo poco mancò che venisse un colpo: sull’altra proda s’ergea una Porta Cicca ch’egli punto non scernea. Invece del fornice di sinistra, davanti a cui avrebbero dovuto essere sparpagliati le sedie, i tavolini, i tendoni lerci del baretto in cui si era quasi dimenticato di dover pranzare, si stagliava una casetta diroccata sopra cui faceva capolino sì il solito bastione, ma privo della cima. Il meato destero se n’era ito per un corto edifizio eziandio manco dell’orlo, maculato di chiazze nigre, dalle cui entragna risonava un canto di cicade.

Il tizio percorse un ponticello di pietra e sparì nell’ombra del fornice centrale, l’unico rimasto. Me ne devo tornare a casa e anche subito, pensava Anselmo attraversando la strada con le gambe che si muovevano come per conto loro. Eppoi, s’andava limbiccando le cervella senza però frenarsi, io cria che mi contristerò e non poco a seguitare: qui cova alcunché d’infesto. Sotto il ponticello imputridiva un naviglio nerastro che mandava un puzzo di resti organici in decomposizione. Assi di legno sbarravano gli ingressi delle case accalcate intorno alla Porta, con le finestrelle senza infissi che si aprivano ai piani superiori come orbite vuote. Uno scampanellio rubò la scena alle cicale, e dal fornice spuntò un omo involto di cremisi, che tirava ab abante, coll’aiudo di duo somari mingherli, un barroccio su cui s’abbicavano, in una difforme soma pallente, gli uni viluppati negli altri, domne, bamboli, seni, omini d’ogni etade, che tenean la scorza plagata da ronchioni scarlatti. Alcuni erano già cadaveri a giudicare dalle palpebre abbassate, dal petto che non si alzava né si abbassava di un millimetro, dal liquido verdastro che incorniciava le labbra avvizzite; altri invece mormoravano lamenti strizzando gli occhi nel sole, le braccia rachitiche penzoloni oltre il bordo, dando l’impressione di dover spirare da un momento all’altro.
Frattanto che il barroccio gli sfilava allato, facendo solchi colle rote nella terra adusta, egli cogitava che dovea non soltanto irsene immantinente, ma obliarsi e dell’ignoto col copricapo e degli appestati e di tutto quel che avea veduto. Tuttavia s’addentrò nel passaggio buio, e uscì dall’altra parte.
Il sole abbarbagliava gli occhi ed egli si covrì colla mano: sulla sinistra non trovavasi i dehor dei locali per l’aperitivo, anzi estendevasi una chiostra di casupole eguali a quelle or ora mirate fuore dalla Porta, con la diversità d’una X ialla che spiccava sulle porte di legno; a destra, invece del piazzale su cui si affacciava la basilica di San Lorenzo, bicocche su bicocche che rinchiudevano le imponenti colonne in uno spazio angusto. Dov’era finito il tizio? Infilatosi sotto l’arcata delle colonne si imbatté in un’edicola con Gesù Cristo in croce. Dalle costole sporgenti scendeva un tegumento che colava fino ai gradini alla base, spandendo un tanfo di uova marce. Che gaudio avrebbe stato, farne piene le pugna e spagnerne sulle soglie non anco segnate, sulla maschera beccuta dell’huomo in veste nigra che gli andava contra, sul grugno di prunea della vetula che lo guatava maligna dalla fenestra… Ma dovea seguitare l’ignoto.
Di là delle bicocche si levò un cupo clangore, con picchi di note stridule che si impennavano per poi riabbassarsi in un roco, continuo strepito. All’altezza della nona colonna scorse il tizio. Sempre di spalle, infilava l’arco dalla parte opposta a quella da cui era arrivato lui e svoltava l’angolo. Allorquando egli eziandio girò, lo garbugliò un brulicare di folla che ingorgava la plaga e s’accorpava lenta lungo la cinta della basilica, verso platea della Vetra. Le donne e le ragazze sfoggiavano delle specie di gramaglie larghe sui fianchi, mentre gli uomini portavano tutti, senza eccezione, cappelli con falde ampie e stivali sopra le ginocchia, coi pantaloni infilati dentro: esattamente come il tizio. Non lo scevererò giamai, si dicea saggiando la falda externa, ove la moltitudine sfilacciavasi un poco; e in vece lo scevrò: pur quello scorrea a canto alla ressa per recarsi alla platea ove retentivano suoni ominosi, interrupti soltanto dalli tocchi delle campane.
Il tizio si infilò nella turba, Anselmo lo rincorse. Mentre i suoi arti superiori reclamavano spazio con spinte, spallate e gomitate, i ricordi gli invasero la mente: la sveglia digitale sul comodino dice che è mezzogiorno in punto del primo agosto 199*: Anselmo è piccolo e se ne sta a letto nella sua cameretta al primo piano con la febbre a quaranta, mentre la mamma pranza di sotto: il ronzio del condizionatore si trasforma in uno scampanellio selvaggio, come se alcuno di fuore pigiasse il bottone senza torre la palma: indi divien un sonito turpe, com’un guazzabuglio di lamenti, gridi, schianti: egli adocchia la porta averta e con un brivido diaccio iscorge un’umbra disparire nell’umbra più funda: con le ultime forze salta giù dal letto e senza esitare corre nel corridoio: a un passo dall’ombra però si sente mancare, cade, perde i sensi: quando si sveglia è notte, la mamma è seduta al suo fianco sul materasso e lo sgrida per essersi mosso dal letto: lui rimane zitto, non racconta nulla di ciò che ha visto.
Intanto le piote aveano seguitato l’ignoto infino alla primiera riga, ove la folla s’arrestava. La mano destera si levò per toccare la spalla da tergo. Gli occhi videro nigro. Allorquando tornarono a fungere, egli discovrì d’indossare stivali con lo sperone e una greve mantella sulla schiena. Tastandosi il capo scovò un cappello col pennacchio. Alcunché era pur accaduto. Ma cosa, di grazia? Non gli riusciva di costruire pensier veruno. Sentivasi dentro come una imperfettione…
Guatò avante: ai piè della basilica, sotto la cappella di Sant’Ippolito, s’ergea un palchetto di legno supera cui, nel mezzo delle scolte colle lance, dei preti che intonavano preci in latino e colui che pel pastorale corrusco e la mitra purpurea altri non dovea esser che il pio Federigo, duo scherani mascherati con la retina e la veste ferruta sollevavano mazze chiodate e poscia le batteano sui petti cavi, sui genicoli estorti, sui crani franti di Gugliemo Piazza e Giangiacomo Mora, ingiuriati untori. Teneano squarci, abbruciature, eran manchi della mano destera e impigliati ambeduno nei rai d’una rota di legno, fitta di sguancio s’un palo pur di legno. E le ossa rotte e la scorza abbrugiata e la turba inciprignita e le musche ronzanti e il cruore che dirupava dalli palchi gli dièro gran godimento. Allorché un boia vibrava la percossa, egli ridanciava aprendo le labbra e agitando la chioma e dando in gemiti e ismanie. Finché trasse dalli calzoni per menarlo il fallo ritto.

Gli pigliarono il braccio, per locché si volse. Un badalone dalle gote vermiglie come pomi gli mirava le pudende. Poi lo scrutò negli occhi e latrò, puntandogli il dito: «El Diavol!». Se dapprima s’interessarono in pochi, quando quello latrò una seconda eppoi una terza fiata con maggio ardore, d’attorno s’inorecchirono, indi arretrarono, studiando l’additato che anco si strignea il membro nelle pugna. El Diavol sorridea: giacché trovarsi nel mezzo delle pubbliche cure, financo in tal guisa, lo colmava di beatitudine. «El Diavol!» gridavano ora in molti. Il badalone lo spinse ab ante e sguainò il brando. Eziandio el Diavol sfoderò l’arma, ma per attentare la gola d’una bambola dunque, quando propinquo s’aprì un varco nella calca, infilarsi lesto.
Passò li crudeli palchi, e avvedendosi d’esser seguitato da un codazzo di popolani che brandivano falcette, lame, pugnali piccioli e grandi, consonando rabidi: «El Diavol! El Diavol! El Diavol!», continuò a currere infino all’altra proda. Filò rasente il muro sotto la sagrestia, onde rallentò per imbucare un angiporto. L’andito percorrea in umbra il lato levante della basilica e lo ripiombava dianzi la Porta. Vinte e guazze putri e nojose depressioni, pocanzi di sbucar fuore el Diavol si soffermò su delle carte affisse al muro sotto più strati di colla, rivelate da un raio obliquo di sole: l’interminata chioma, l’occhio callido, il muso appena prognato… Sotto l’effigie, una didascalia: L’abbominevole ritratto di Aldrui D’orsa, infame e prima cagione della pestilensia di Milano. 1630. Torbide vampe gli scotevano il petto, che sporgea più di quanto credea possibile.
Il baccano dalla platea, il canto delle cicade, gli schiamazzi dei popolani che frattanto l’aveano tratto: tutto s’addensò in un ronzare così sordo ch’egli dové serrare le palpebre, e colle palme covrire le auricole. Indi retentì uno scampanellio, e i popolani si fecero immoti all’inclito sonito. Aldrui riaprì le palpebre, sgusciò fuore e vide il triste barroccio trascinarsi per la plaga. Gli s’affrettò contra. Ma il badalone dalle gote vermiglie, intemerato, gli venne dietro col brando e lo vulnerò nel fianco. Aldrui gli rispose con un tiro al ventre, da cui principiò a ruscellare sangue nigro. I popolani, colli volti almi come quelli degli appestati istessi, se ne irono movendosi in una sola fiata e s’impigliarono per certuni momenti nel restrignimento.
Con quelli sì conciati e il badalone che sputava bile e s’accasciava, Aldrui ridanciò di gusto e si covrì la ferita come poté. Attese che il barroccio tratto da duo omini e preceduto da un tertiario colla veste rossa gli fosse dappresso, e serrando i denti per il dolore, sotto gli sguardi peritosi dei tre, con sommo conato s’attuffò tra i moribondi e i morti. Quando ne emerse omai senza copricapo, il buco nel fianco si chiudea e una vasta plaga s’apriva dintorno ai casolari negletti, alle rogge gravide di nembi d’insecta. I pochi viandanti si disperdeano, non appena li avvistavano.
Issatosi colle piote sulla catasta come la polena d’un macabro vascello, Aldrui s’empiva le nari dell’osceno lezzo, che gl’infisse crampi di fame.


Andrea Derizio (Alessandria, 1993) ha studiato Filosofia a Torino e Lettere all’Università del Piemonte Orientale. Vive a Milano con la ragazza e un gatto nero. Nonostante gli anni di psicoterapia persistono in lui depressione, disturbo d’ansia generalizzato, ipocondria e diverse tipologie di disturbo ossessivo-compulsivo.
Poe, Kafka e Ligotti sono gli autori che sente più affini a sé. Altri autori importanti per lui sono E.T.A. Hoffmann, Schopenhauer, Baudelaire, Lovecraft, Buzzati, Cioran, Cortázar, Manganelli, King e Bolaño.

Immagine: Valentina Ramacciotti.

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