Diari del Domani: VHEMT

di Andrea Viscusi.


Gaia si ferma, il fiato corto, china il busto in avanti. Cerca di regolarizzare il respiro, non ci riesce, tossisce, allora sgrana gli occhi, sporge la testa oltre l’angolo del muro che le sostiene la schiena.
In strada non c’è nessuno e questo le basta, così torna nel vicolo. La città è disabitata, proprio per questo ha pensato di raggiungerla, in modo da sfruttare gli edifici semivuoti come riparo. Ma non può fermarsi lì, sa che gli agenti del VHEMT la troveranno, le serve un posto sicuro dove nascondersi, almeno fino a quando…
Già, fino a quando?
Porta le mani al ventre, ma le ritira in fretta appena avverte la forma innaturale che sta assumendo. A quanto le hanno detto peggiorerà ancora, conferendole una sagoma anomala e sgraziata. I pochi chili di peso che ha guadagnato nelle ultime settimane non giustificano da soli la spossatezza che sente dopo qualche minuto di corsa, deve esserci qualcos’altro che sta assorbendo parte delle sue energie, quello stesso qualcosa che sta crescendo, lì dentro.
Non sa bene se sta facendo tutto questo per lui, il qualcosa, o per se stessa, o forse soltanto per un’idea. Si chiede se valga la pensa soffrire, per un’idea, ma non sa darsi una risposta e comunque non è quello il momento per rifletterci.
Si raddrizza, deve decidere in fretta, le serve una destinazione.
Tornare a casa è fuori discussione, il VHEMT la troverebbe subito. Difficile anche fidarsi dei pochi amici a cui potrebbe chiedere ospitalità, forse sarebbero loro stessi a denunciarla. C’è una sola persona a cui riesce a pensare, che è sicura vorrà aiutarla. Che deve farlo.
Il respiro è tornato normale, ma prima di rimettersi in allo scoperto in strada, raccoglie accanto a un cassonetto dell’immondizia uno straccio unto e sdrucito, forse una tovaglia. Se lo avvolge addosso, un paio di giri, in modo da nascondere la deformità della sua pancia. Dovrebbe bastare a farla passare inosservata, nel caso dovesse incrociare qualcuno.
Gaia aveva il fiato corto, incapace di incamerare abbastanza aria con le poche boccate che riusciva a prendere tra uno scoppio di risa e l’altro.
«B-bas… bast–» non riusciva a pronunciare le due sillabe per intero.
Chino su di lei, Victor le picchiettava e punzecchiava la pelle dei fianchi, obbligandola a contorcersi per il solletico. Andava avanti così da due minuti e Gaia iniziava ad arrossire per lo sforzo.
«Hai detto basta?» ridacchiò lui e ritrasse le mani. Si sporse in avanti e la baciò sulla punta del naso.
Lei lo trattenne a sé agganciandolo dietro la nuca e prolungò il bacio.
Avevano appena fatto l’amore nel campo di girasoli, quello dove avevano passato tante estati a rincorrersi da ragazzini, quando ancora il loro rapporto era privo di malizia. Era stata lei a portarlo lì, perché quel posto rappresentava qualcosa per loro, e le sembrava che fosse il contesto giusto per quello che doveva dirgli.
Victor si era risollevato e la fissava dall’alto, notando il cambiamento nella sua espressione.
«Tutto a posto?»
Gaia si divincolò dal suo peso e scivolò all’indietro, raccolse le gambe al petto e accennò un sorriso. Erano entrambi nudi, ma non provavano imbarazzo a trovarsi così da soli, lontani dal resto del mondo. Le venne comunque di nascondere il ventre dietro le ginocchia, come se il suo segreto fosse visibile a occhio nudo.
«Devo dirti una cosa» cominciò, ma non era quello il modo giusto. Victor sembrò subito allarmato, così riprese prima che lui potesse fare domande. «È successo qualcosa. Mi è successo qualcosa.» Una pausa, si corresse ancora: «Ci è successo qualcosa.»
Victor arretrò. «Che vuol dire?»
«Sono già alcune settimane che ci pensavo e…» Non sapeva se raccontargli degli indizi che l’avevano portata prima a sospettare, poi a ipotizzare, infine a sapere. Non aveva potuto chiedere conferma a nessuno, ma anche senza giudizi esterni ne aveva la certezza. Conosceva i sintomi per come le erano stati presentati a scuola e aveva escluso una alla volta ogni altra possibile patologia.
Ma no, non serviva riferirgli tutto questo. Bastava la diagnosi finale.
Abbozzò un sorriso per fargli capire che quanto stava per rivelare non era una condanna, per nessuno dei due. Ma sentì che gli angoli della bocca si tendevano in modo sbagliato, innaturale, in una smorfia che non le sarebbe piaciuto vedere.
«Sono incinta.»

Victor abita in campagna, in un casolare con stalle annesse circondato da campi coltivati a foraggio. Gaia conosce bene tutte le strade che portano a casa sua per averle percorse da quando ha sei anni. Alcuni sentieri li ha tracciati lei stessa a forza di andare e tornare, impossibili da trovare per chi proviene dalla città. Sa che la stanno seguendo, ma non è sicura di quali mezzi dispongano. Procede con passo rapido ma senza correre, per non affaticarsi troppo ed essere costretta a fermarsi come prima.
Spera solo che lui sia in casa.
Forse dovrà chiedergli anche scusa, anche se è strano doversi giustificare con lui. I loro rapporti si sono raffreddati quando lui ha scoperto che era gravida. Gaia lo comprende, perché è un problema che nessuno vorrebbe mai affrontare, ma è capitato a loro ed è sicura che insieme potranno farcela. Non si sono quasi parlati dal giorno in cui gli ha rivelato la sua condizione, ma se solo Victor la lasciasse spiegare forse capirebbe e allora potrebbero andarsene insieme, cercare di costruirsi una nuova vita altrove, lontani da tutti, da soli.
No, non proprio soli. Non con quello che lei si porta dentro.
È pomeriggio inoltrato quando raggiunge i terreni della famiglia di Victor. Nella luce rossiccia del tramonto scorge una figura a lavoro nel campo ma non riconosce chi sia. È troppo alta per essere Victor, quindi procede senza esitare per la paura che quello sconosciuto la fermi.
Cammina piano verso la porta, non quella principale, ma quella che dà sull’aia retrostante, dove giocavano da bambini insieme a Dante, il pastore maremmano. Il vecchio cane è sempre lì, accucciato davanti all’ingresso. Ormai è quasi cieco, ma solleva la testa al suo arrivo, annusa l’aria e la coda prende a schiaffeggiare il suolo.
Al primo piano una luce si spegne, Gaia sente da fuori i passi sulle scale. Accarezza Dante sul muso e si ferma sulla porta, sicura che qualcuno l’abbia già vista.
È proprio Victor a comparirle davanti sulla soglia, regge la maniglia come se dovesse essere pronto a chiuderla in fretta, non si sposta per farla passare.
«Ciao» mormora lei, sentendo crescere nel petto un calore che non provava da troppo tempo. Victor è davanti a lei, sono di nuovo insieme, tutto andrà a posto. Muove un passo, sorride, allarga le braccia aspettando che la accolga.
Lui indietreggia. «Aspetta» dice serio. «Non credo che…»
Non spiega cosa non crede, il suo sguardo si abbassa, si posa sul ventre di lei con un’espressione di paura e repulsione. Scuote la testa.
«Ho bisogno di parlarti» lo implora Gaia, la voce incerta. Il calore nel petto è diventato pesante, un bolo che le tarpa il respiro. O forse è la cosa dentro di lei a rubarle il fiato? «Per favore, dobbiamo…»
«No, non dobbiamo» taglia corto Victor. Indietreggia ancora, altri passi risuonano dietro di lui.
Ancora prima che emerga dal corridoio, Gaia capisce di chi si tratta, come se emanasse un’aura che può percepire a distanza. L’Ispettrica supera il ragazzo e si porta sull’uscio, la guarda torva dall’alto dei suoi quasi due metri.
«Bentrovata» la saluta il donnone.
Gaia non risponde. La sua unica possibilità è voltarsi e scappare, tornare nei campi e poi di nuovo in città, trovare un palazzo abbandonato e infilarcisi dentro, aspettare lì la fine, che per lei arriverà nel giro di pochi mesi.
Ma non riesce a muoversi, non con Victor che la guarda in quel modo, con pietà e disgusto.
Allora è davvero così che è andata?
Se l’Ispettrica è già arrivata qui è perché sapeva che sarebbe stata la sua destinazione. E visto che nessuno sa della sua relazione con Victor, significa che è stato lui a parlarne. È stato lui a denunciarla.
Gaia cerca il suo sguardo, lui glielo restituisce, neutro e agghiacciante, privo di qualsiasi senso di colpa.
«Mi amavi…» bisbiglia lei, ma è qualcosa che sta dicendo a se stessa, infatti nessuno risponde.
L’Ispettrica esce sull’aia e Victor rientra e chiude la porta.
Gaia china il capo, deglutisce. Smette di opporsi e lascia che le lacrime fluiscano. Piange in silenzio, ora che ha capito di essere sola, che per assurdo l’unica persona che ha bisogno di lei è proprio il parassita che le cresce dentro.
L’Ispettrica le mette una mano sulla spalla e la conduce nel piazzale dove due agenti del VHEMT le aspettano. Gli uomini la affiancano e si stringono ai suoi lati, le loro braccia premute contro le sue. Gaia li lascia fare, anche quando le mettono un braccialetto con una spia verde lampeggiante e la fanno salire sul furgone parcheggiato di fronte alle stalle, che avrebbe dovuto notare quando è arrivata.
L’Ispettrica le sistema la cintura di sicurezza e si siede accanto a lei. «Vi portiamo in un posto sicuro.»
Ha usato il plurale, non sta parlando solo di lei, ma anche di quello che ha dentro. Suo figlio.
Gaia appoggia la testa al finestrino e chiude gli occhi. Può solo augurarsi che la condanna venga eseguita in fretta.

Sua madre la raggiunse in cucina, dove stava pelando le carote per la cena. Gaia sentì la sua presenza alle spalle e le rivolse un grugnito interrogativo, sicura che fosse venuta ad assegnarle un nuovo compito più urgente e a rimproverarla perché non aveva ancora finito, cosa aveva fatto finora?
Ma lei rimase in silenzio e solo girandosi Gaia poté notare la sua espressione turbata.
«C’è qualcuno per te» disse in tono neutro, come se parlasse delle carote.
Gaia non aspettava visite, a maggior ragione visite che potessero suscitare quella reazione. «Chi è?»
«Ti aspettano in camera tua.» La mamma si scostò per farla passare.
Gaia esitò qualche istante, si asciugò le mani sul retro della camicetta e si salì al piano di sopra, con un sospetto che le si arrampicava sulla schiena.
Fuori dalla sua stanza ebbe la conferma: un agente del VHEMT in uniforme grigia, con il simbolo del globo capovolto sovrapposto alla V ben visibile sul pettorale. La invitò a entrare con un cenno della testa.
C’era qualcuno nella camera. Una donna imponente, vestita con un camice azzurro stinto che le arrivava poco sopra le caviglie.
«Buongiorno Gaia» la salutò.
Gaia fece un passo all’interno. La porta dietro di lei si chiuse e la serratura scattò dall’esterno.
«Sono l’Ispettrica Rhea. Sai perché sono qui.»
Stava in piedi davanti alla finestra, bloccando l’unica possibilità di fuga rimasta. Sul letto aveva appoggiato una valigetta aperta, dalla quale emergevano alcuni strumenti metallici, punte e leve e pinze.
Gaia deglutì a vuoto, i battiti del cuore sempre più veloci rimombavano nelle orecchie. La riposta era sì, ma non osò pronunciarla. E comunque non le aveva posto una domanda.
«Devo chiederti di spogliarti. Completamente.»
Non aveva alternative. Si sbottonò la camicetta, concentrata a contenere il tremito delle labbra. Doveva mostrarsi forte, anche se non sarebbe bastato a salvarla. Si tolse la gonna e la appoggiò sul letto, mentre l’Ispettrica indossava dei guanti di lattice candidi. Sfilò le mutande e le lasciò cadere sul pavimento.
La donna si allungò a prelevarle dove le aveva lasciate cadere, le avvicinò al viso e annusò. Si mosse verso di lei e Gaia indietreggiò. Alle sue spalle c’era solo la porta chiusa, non poteva andare da nessuna parte. Chiuse gli occhi e serrò la bocca quando l’odore asettico della donna la investì.
Si sentì palpeggiare i seni, che da alcuni giorni avevano iniziato a indurirsi. Trattenne il fastidio e il dolore.
L’Ispettrica mormorava tra sé mentre faceva scorrere le mani sul suo corpo, tastandole i fianchi, il ventre, i glutei. Qualcosa di freddo e viscido le colò sul pube, le dita guantate della donna spalmarono la sostanza e si introdussero nella sua vagina.
Gaia inspirò, cacciò indietro un singhiozzo che la strozzò, tossì e si trovò a occhi aperti, a guardare la donna inginocchiata a testa bassa, una mano che le divaricava le cosce e l’altra che si snodava dentro di lei. La visione e la sensazione di quelle appendici gommose che la penetravano fu troppo forte, e scoppiò a piangere.
«Smettila, non fare la vittima.» L’Ispettrica non interruppe il suo lavoro mentre parlava. «Sapevi quello che stavi facendo. Tu hai voluto che fosse così.» Prelevò un attrezzo con un beccuccio che usò per raschiare la parete interna della vagina. «Dimmi, quale scusa hai trovato? Ti sei convinta di essere migliore degli altri? Volevi lasciare un segno di te? O forse è stato un istinto, peggio ancora la tua religione? Non dirmi che è stato per amore…»
Il disprezzo che la donna aveva messo in quella parola la fece imbestialire.
Scalciò per allontanarla. «Basta!»
Lei non si scompose. Si ritrasse e la guardò dal basso verso l’alto, continuò a fissarla mentre si rialzava, riguadagnando la posizione di vantaggio. Era davvero vecchia, poteva essere una Terzultima o anche una Quartultima.
«Ah, allora è così?» ridacchiò la donna mentre si sfilava i guanti e li riponeva nelle tasche del camice. «Tu lo ami, sei convinta che questo vi avrebbe uniti?»
«Sì, è vero, ci amiamo!»
L’Ispettrica scosse la testa con una smorfia divertita. «Povera piccola» disse, ma non stava parlando con lei. «Qui ho finito, abbiamo la conferma. Rivestiti.»
Gaia rimase immobile a sostenere la sua posizione di sfida.
La donna stava riponendo gli attrezzi. «O rimani così, non importa» disse senza alzare il capo. Prese la valigetta e tornò alla porta, bussò tre volte e dall’altra parte scattò la serratura. «Scendo a parlare coi tuoi genitori. Tu intanto prepara una valigia. Verrai con noi.»
Uscita l’Ispettrica, la porta si chiuse di nuovo dall’esterno.
Gaia si sedette sul letto e lasciò andare un pianto silenzioso. Avrebbe voluto avere Victor accanto a sé, abbracciarlo e sentirsi al sicuro con lui, che nelle settimane scorse le era sfuggito. Si asciugò le lacrime e il naso, si sistemò i capelli dietro la testa.
Non avrebbe lasciato che la prendessero. Sapeva cosa sarebbe successo. Il VHEMT non poteva tollerare una nuova nascita, e per quanto lei stessa non fosse sicura di voler nascere e crescere quella creatura, adesso le sembrava più importante difendere se stessa e la sua libertà.
Non voleva che fossero loro a decidere per lei, per la creatura o l’umanità intera.
Si rivestì in fretta e si avvicinò alla finestra. Si aspettava che ci fosse un agente a sorvegliare il perimetro della casa, ma fuori non si vedeva nessuno. Avevano trascurato quella possibile via di fuga, o forse pensavano che non avrebbe osato lanciarsi di sotto.
Mentre le voci farfuglianti dei suoi genitori si giustificavano con l’Ispettrica, Gaia aprì le ante, salì sul davanzale e saltò giù.
Atterrò sulle caviglie, fece meno male di quanto aveva previsto. Rimase ferma un attimo, per assicurarsi che non si fossero accorti del rumore. Iniziò a correre, in direzione della città.

Si sveglia da un sonno asfissiante che ha solo appesantito le sue membra. È notte fonda, ma potrebbe aver dormito un’ora come sei. Stanno percorrendo una strada che scorre in mezzo a fitte macchie di alberi, in leggera salita. Il paesaggio fuori dal finestrino non le è familiare, per quello che riesce a vedere.
Appena sposta lo sguardo all’interno del mezzo scopre l’Ispettrica a fissarla.
«Manca poco» la informa lei. «Tu sai perché lo stiamo facendo, vero?»
Gaia sospira. Se vogliono da lei una confessione è disposta a dargliela, purché la lascino in pace, per il poco tempo che le rimane. «Perché sono incinta. Perché il VHEMT deve sorvegliare affinché questo non accada. Ho contravvenuto alla legge fondamentale.»
«Che cos’è il VHEMT?»
È surreale che le venga posta quella stessa domanda che le facevano alle interrogazioni, quando aveva sette-otto anni. «Voluntary Human Extinction Movement» recita con lo stesso tono di allora.
«Brava. E capisci che la prima parola è quella più importante?»
Gaia scrolla le spalle.
«Il VHEMT opera da più di un secolo. Nel tempo si è perso qualcosa del suo significato iniziale, oggi come oggi si pensa soprattutto alla terza parola, estinzione. Ma è il volontario a fare la differenza.»
«Non fa differenza per me, adesso.»
«Sì invece.» L’Ispettrica intreccia le mani in grembo. «È passato troppo tempo perché qualcuno se lo ricordi in prima persona, ma a un certo punto abbiamo capito che non c’era altra strada. Il nostro modello di sviluppo della non permetteva la sopravvivenza a lungo termine della specie, anzi contribuiva alla devastazione del pianeta. Allora abbiamo adottato il protocollo del VHEMT, e scelto l’estinzione. Lenta, dolce, ma inevitabile.»
Il furgone sobbalza per una buca e Gaia batte gli incisivi. «Merda!» sbotta.
La donna non si scompone. «Ne abbiamo perso la memoria, oggi, ma è stata la scelta più matura che l’umanità abbia mai compiuto. Decidere di andarsene, in pace, senza clamore. Spegnersi dopo aver bruciato troppo forte.»
«È da vigliacchi» ribatte Gaia, più per la voglia di darle contro che per autentica convinzione.
Anni di scuola le hanno insegnato il contrario e ora che ci pensa, ora che si trova davvero ad affrontare quella situazione, non è sicura di quale sia stata la scelta più superficiale: l’eutanasia collettiva dell’umanità, o la sua pretesa di poter fare la differenza? Durante l’ispezione di alcune ore prima, l’Ispettrica le ha chiesto perché l’avesse fatto, e la verità era che alla fine non ha una risposta. La verità è che non ha scelto. Ha lasciato che gli eventi decidessero per lei.
Le lacrime premono di nuovo contro le palpebre e per non dare alla donna la soddisfazione di vederla piangere le urla addosso: «Mi ucciderete perché sono stata una stupida, questo è da vigliacchi!»
«Cosa ti fa pensare che vogliamo ucciderti?» Nel buio dell’abitacolo il sorriso dell’Ispettrica si intuisce. «Forse non ti è chiaro il senso di questo discorso. Stiamo parlando della tua volontà
Gaia trattiene i singhiozzi e cerca gli occhi dell’altra. «Che cosa…»
«Non uccideremo né te né tua figlia.» La mano dell’Ispettrica si posa sul suo ginocchio. «Come non abbiamo ucciso le altre quattordici ragazze rimaste incinte negli ultimi due anni. Ti porteremo dove sono loro adesso, in un posto in cui avrai tutta l’assistenza per mettere al mondo e, se lo vorrai, crescere la creatura. Il VHEMT non obbliga nessuno, non l’ha mai fatto. Deve essere una tua scelta, una nostra scelta. Tra qualche anno, una scelta di tua figlia.»
C’è qualcosa che non torna. Avrebbero dovuto impedirle di mettere al mondo il bambino: non era questo, il senso del VHEMT?
«Ma l’estinzione, allora?»
L’Ispettrica ride. «Sarà ritardata di una generazione. Quello che importa è che la scelta sia compiuta da tutti. E se invece della Quartultima, la mia diventerà la Quintultima generazione, poco male.»
Un bagliore si insinua tra le fronde degli alberi che fiancheggiano la strada, il primo segnale dell’alba. Gaia si rivolge alla luce, ripercorre i passaggi di quella conversazione per essere sicura di avere capito. Un dettaglio le balza all’attenzione, allora si volta di scatto verso la donna.
«Perché hai parlato di mia figlia
Rhea ride di nuovo, nelle prime luci del mattino quel gesto la fa apparire molto meno vecchia, per essere una Quintultima. «Sono un’ispettrice del VHEMT, ma sono anche altro.» Si sporge e si abbassa su di lei, come a rivelarle un segreto: «Sono un’ostetrica. Ma credo sia una parola che non conosci.»
Il suo alito sa di limone. Gaia scuote la testa.
«Non preoccuparti. È solo la prima di molte cose che dovrai imparare. Piuttosto, hai scelto come chiamarla?»
Gaia preme le mani sul ventre, come se aspettasse un suggerimento. Riflettendoci, un paio di idee le ha. Ma non dice niente, non ancora. Vuole dedicare tutto il tempo necessario a quella scelta.

Nota: il VHEMT (Voluntary Human Extinction Movement) esiste davvero. Sul sito http://www.vhemt.org sono disponibili tutte le argomentazioni biologiche, economiche, ecologiche, sociologiche e filosofiche a favore dell’estinzione volontaria della specie umana.


Andrea Viscusi è nato nel 1986 e vive a Montecatini Terme. Laureato in statistica, ha iniziato a scrivere nel 2008 e da allora ha pubblicato una cinquantina di racconti, per lo più in antologie di genere di vari editori (XII, Delos, Pendragon, Watson, Future Fiction), su alcune riviste cartacee e online (Robot, Parallàxis, Spore), e ha vinto o si è classificato in diversi concorsi (Premio Robot, Trofeo RiLL).
Nel 2013 ha pubblicato la sua prima raccolta personale Spore (Factory Editoriali I Sognatori), nel 2015 il romanzo Dimenticami Trovami Sognami (Zona 42) finalista al Premio Italia e Premio Vegetti come miglior romanzo italiano di fantascienza, nel 2017 il romanzo breve Memehunter (Future Fiction, in seguito incluso nella raccolta “Storie dal domani 4” insieme ad altri autori di tutto il mondo), nel 2018 la raccolta Il lettore universale (Moscabianca edizioni), nel 2019 la raccolta L’esatta percezione (Quality Games, tramite l’Associazione RiLL). Tre suoi racconti sono stati tradotti in francese da Pierre-Jean Broullaud e uno è stato incluso nella rivista Galaxies, ha tradotto un racconto di L. Chen per la rivista Il Buio.
Scrive sul suo blog personale Unknown to Millions di libri, film e fantascienza, e collabora con la rivista Stay Nerd principalmente per la rubrica dedicata ai libri. Ascolta musica elettronica, dalla techno alla IDM, e occasionalmente si trova a fare il dj. Si considera il maggiore fan italiano di Futurama.


Immagine: Claudia Corso (@aetnensis), 1997, illustratrice, viaggia nello spazio e nel tempo libero studia Arti Visive a Bologna. Le piacciono i robot, la fantascienza e gli abbinamenti di colori improbabili.


DIARI DEL DOMANI

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