Diari del Domani: La malinconia del mammut, intervista a Massimo Sandal

di Erica Casalini.


La malinconia del mammut ripercorre la storia del nostro pianeta attraverso le sue estinzioni di massa; prima di leggerlo ne conoscevo solo la più famosa, quella del Cretaceo, lo schianto dell’asteroide che ha provocato la scomparsa dei dinosauri. Ti va di ripercorrere brevemente le altre?

Le estinzioni di massa punteggiano la storia della Terra fin dall’alba della vita: è una marea irregolare di esplosioni di diversità ed eventi che la falciano. Ripercorrerle tutte sarebbe piuttosto lungo. Al di là dell’estinzione di fine Cretaceo, posso ricordarne altre due. La prima è la cosiddetta catastrofe dell’ossigeno, oltre due miliardi di anni fa. Quando alcuni batteri impararono a sfruttare la luce solare con la fotosintesi, che come sottoprodotto regala ossigeno, pressoché tutti i microrganismi viventi all’epoca furono nei guai. L’ossigeno infatti di per sé è un gas tossico per la biochimica dei viventi. Molti si sono evoluti poi per tollerarlo prima e sfruttarlo per la respirazione poi, ma fu sicuramente uno stravolgimento enorme.
La seconda è l’estinzione di fine Permiano, 252 milioni di anni fa, che è stranamente meno celebre di quella dei dinosauri. Dico ‘stranamente’ perché fu un’estinzione di gran lunga più massiccia di quella di fine Cretaceo, anzi, fu l’estinzione in assoluto più catastrofica della storia del pianeta. Oltre il 90% delle specie marine si estinse, andammo vicino alla distruzione totale della vita sulla Terra. E la causa fu molto probabilmente un rapidissimo riscaldamento globale, a cui la stragrande maggioranza delle specie non riuscì ad adattarsi in tempo. Fa riflettere.

“Antropocene” è il nome che abbiamo dato alla nostra epoca, per l’impatto che l’essere umano ha avuto nel mutamento – e nella disgregazione degli ecosistemi. Già nel medioevo venivano promulgate leggi a protezione dell’ambiente e, nello specifico, dei boschi, perché era chiaro già allora che fossero essenziali alla sopravvivenza degli esseri umani. Ben prima, nel 676 d.C, come ricordi all’inizio della terza parte del libro, san Cutberto di Lindisfarne emise una legge atta a preservare l’ededrone comune – un’anatra marina. Eppure oggi, nonostante l’evidenza dell’inevitabile catastrofe ecologica, assistiamo da un lato a un incredibile negazionismo, dall’altro allo spauracchio delle conseguenze di leggi a salvaguardia dell’ambiente sull’economia. Perché sembra impossibile parlare di protezione dell’ambiente senza tirare in ballo l’impatto sull’economia?

Perché sarebbe impossibile non farlo. C’è chi parla di economia verde, di green new deal e così via, e certamente è possibile pensare a riarrangiare la struttura economica e tecnologica del nostro mondo per mantenere un buon tenore di vita riducendo sensibilmente l’impatto sull’ambiente. Sarebbe saggio sganciarci dalla credenza tossica che non ci sia alternativa alla bestia mai sazia del capitalismo, smetterla col realismo capitalista per citare l’ennesima volta Mark Fisher. Non è vero che there is no alternative. Ma anche con l’utopia sulla Terra di per sé non basta, non può bastare. Anche nella più verde delle economie, mantenere l’attuale popolazione e l’attuale PIL richiederebbe comunque un impatto ecologico enorme sul pianeta. Se vuoi far mangiare a sazietà otto miliardi di persone, devi coltivare, e coltivare significa annientare gli ecosistemi terrestri: basta questo. Le questioni sono quindi due. La prima è il consueto dilemma tra l’uovo oggi e la gallina domani: possiamo ignorare quello che stiamo facendo al pianeta per mantenere benessere oggi, facendo finta di non vedere il danno alle generazioni future, oppure possiamo decidere di cambiare rotta, ma cambiare anche il nostro tenore di vita e il nostro benessere (col concreto rischio, va detto, che questo cambiamento lo paghino le fasce più deboli). La seconda è il valore che diamo agli ecosistemi e all’ambiente. C’è sicuramente un costo diretto, quello dovuto alla scomparsa dei cosiddetti servizi ecosistemici, ovvero le cose che gli ecosistemi fanno per noi. E c’è un costo diretto dovuto ad esempio ai danni della crisi climatica: aree sommerse, perdita di coltivazioni, desertificazione. Ma è anche il danno non economico, quello estetico, umano, spirituale dovuto alla scomparsa delle specie se non di interi ambienti, che dobbiamo mettere sulla bilancia, e nessuno sa come valutarlo.

L’alfabetizzazione scientifica in Italia – e in buona parte del mondo – è scarsa. Mi metto anch’io nel novero della maggioranza che non sa distinguere tra virus e batteri, confonde le ere geologiche, ignora le più semplici operazioni di chimica. Ma capisco che in questo momento è importante colmare le lacune delle competenze scientifiche per poter anche solo capire l’impatto dei mutamenti in atto. A chi compete colmare il divario tra grande pubblico e comunità scientifica?

Mi trovo in una situazione bizzarra. Il mio lavoro è quello che in Italia si chiama di divulgazione scientifica (con un termine che non amo, echeggia irrispettosamente un volgo buzzurro a cui spargere sapere dall’alto) eppure non riesco a essere ossessionato dalla questione dell’alfabetizzazione scientifica. Certo, credo sarebbe un mondo migliore quello dove tutti conoscessimo meglio la biologia o la fisica -così come un mondo dove tutti conoscessimo meglio le arti figurative, la musica, la storia, la matematica, la filosofia, l’economia, la tecnologia. Insomma, quasi tutti noi, incluse le fasce colte della popolazione, non sappiamo praticamente niente di enormi e utilissime sezioni dello scibile, non solo della scienza. Perché isolare l’alfabetizzazione scientifica come problema non mi è mai stato chiaro.

Detto questo, certo sarebbe utile se certi concetti fossero più conosciuti, ad esempio il fatto che non possiamo pensarci come isolati dal resto dell’ambiente-Terra. La pandemia in corso ne è un drammatico esempio. Ma in generale i concetti base che servono per comprendere il problema in atto sono abbastanza semplici e di pubblico dominio. Il problema semmai è che esiste in ampi settori dell’opinione pubblica un rifiuto di accettare tali concetti. E questo non è un problema di alfabetizzazione, ma di polarizzazione ideologica, di sfiducia, di visione del mondo. Io come divulgatore posso provare a spiegare, ma mi ascolterà solo chi già si fida della mia parola e delle ricerche che riporto. Se tu non ti fidi di me, posso sgolarmi quanto voglio, ma non mi darai retta.Il lavoro di mutamento ideologico è quindi altra cosa, a cui la comunicazione della scienza può in parte contribuire, ma dipende anche dal panorama culturale, ideologico e politico. Vorrei tanto che il dibattito sulla crisi ecologica in corso uscisse dal mero ambito della ‘divulgazione scientifica’ e fosse un dibattito culturale, filosofico, umano. Ho scritto il libro pensando un poco anche a questo.

Sono rimasta particolarmente affascinata dalla visione di James Lovelock, chimico e collaboratore NASA, che nel 1972 teorizzava “che l’intera biosfera fosse qualcosa di più di una somma di parti: che fosse un organismo vivente esso stesso”; e che la specie umana fosse dunque parte integrante di un tutt’uno universale, inconsapevole del proprio insieme come i batteri sono inconsapevoli del corpo che abitano – una visione che riporta nell’immediato all’Apeiron di Anassimandro. Non ti chiederò di dirmi cosa ne pensi, è una teoria troppo strampalata perché se ne possa chiacchierare rimanendo in ambito puramente scientifico. Eppure la trovo affascinante; sarebbe più facile parlare di scienza al grande pubblico, se riuscissimo a inquadrare l’ambiente come un grande sistema interconnesso con tutte le conseguenze di cause e effetti?

Sarebbe necessario inquadrarlo come tale! L’ipotesi-Gaia è una metafora un poco estrema e zuccherosa, ma se presa come metafora, ben venga. Non so se sarebbe però “più facile”, è di per sé abbastanza difficile da far digerire. Di nuovo, questo potrebbe cambiare forse dopo la pandemia: oggi, anno 2020, sappiamo finalmente che un battito d’ali di pipistrello a Wuhan può causare una immane catastrofe umanitaria a Bergamo. È atroce che ci sia voluto questo per far passare il messaggio, ma speriamo che almeno adesso non si possa ignorare.

Malinconia”, “nostalgia”, “passato”; l’istintiva fascinazione per le specie estinte, come il mammut. Il linguaggio è quello di una resa, sembra un’implicita accettazione del cambiamento già avvenuto, incontrovertibile. Ma non c’è niente che possiamo fare come individui, nel nostro quotidiano, per diminuire l’impatto sull’ambiente senza impazzire?

Possiamo fare mille cose per diminuire l’impatto presente e futuro. Adesso non vorrei snocciolare la solita lista di interventi personali; al di là di utilissime banalità come consumare meno in generale, mangiare meno carne, usare meno benzina etc. la cosa principale che possiamo fare come individuo è probabilmente attivismo politico per spingere i governi a mutare rotta. Ma c’è un impatto passato, sul quale non possiamo più fare nulla. I mammut sono già estinti. Il cambiamento è irrimediabile. E questo ci spinge inevitabilmente alla melanconia, al rimorso, al rimpianto. È un substrato culturale diffuso ogni volta che si affronta il tema ma raramente esplicito. Dobbiamo farci i conti. A meno di voler credere alle sirene della de-estinzione. Ma, senza voler fare spoiler, diciamo che ci sono forti dubbi che possiamo davvero risorgere delle copie perfette di specie scomparse.

La megafauna è particolarmente sensibile ai cambiamenti degli ecosistemi e all’azione dell’uomo; richiede uno spazio esteso e grandi quantità di cibo, è facilmente individuabile, l’uccisione del singolo esemplare fornisce una grande quantità risorse – più cibo, più materia ossea da lavorare o da rivendere. I grandi mammiferi sono essenziali per gli ecosistemi; i loro resti nutrono la terra, i loro passi la impastano. La loro scomparsa è una disgrazia evidente, diretta conseguenza dell’uomo che reclama più terra, in un rapporto causa e effetto palese e raggelante. Ma l’uomo può agire inaspettatamente a favore dell’ambiente; Pablo Escobar era un trafficante eccentrico, e aveva riunito nella sua proprietà in Colombia una varietà di animali selvatici da tutto il mondo. Alla sua morte molti sono finiti negli zoo della regione, ma quattro ippopotami sono rimasti liberi, si sono rifatti una vita e ora la popolazione di ippopotami conta circa ottanta esemplari, che sarebbero andati a sostituire nelle loro funzioni il Hemiauchenia paradoxa, una grande creatura simile al lama che viveva nel tardo Pleistocene. Nel libro citi il Pleistocene Park di Sergey Zimov, un ambiente riplasmato dall’uomo per assomigliare a ciò che era quando c’era ancora la megafauna, introducendone di nuova, importandola da altri paesi – come i bisonti dal Nord America – o compattando il terreno ricorrendo all’uso di vecchi cingolati sovietici per favorire la crescita della vegetazione. Il futuro dell’ecologia sta nella forzata simulazione delle funzioni della megafauna, o nella reintroduzione di esemplari in ambienti estranei? O andremo incontro a un’ecologia più antropocentrica ancora, rivedendo la forma da dare al pianeta a seconda dei nostri bisogni – terraforming?

Ti ringrazio di avermi fatto scoprire questo studio sugli ippopotami di Escobar alla faccia dell’effetto farfalla e del mondo interconnesso, quello dove i lussi strampalati di un narcotrafficante ci insegnano, decenni dopo, qualcosa di non banale sull’ecologia! È un discorso bello e complesso. Le specie estranee vengono di norma considerate una componente negativa, e spesso lo sono (pensiamo ai danni che possono fare i gatti su un’isola dove non si è mai visto un predatore). Ma in biologia non ci sono quasi mai leggi fisse e nulla è semplice, e questo ne è un bellissimo esempio. Bisogna anche capire cosa vuol dire ‘a favore’ dell’ambiente, però. Se pensiamo che ripristinare l’ambiente com’era nel Pleistocene sia positivo di per sé, allora lo è. Ma lo è? O è meglio che adesso trovi una direzione diversa ‘naturalmente’, invece di imbrigliarlo a suon di ippopotami a imitare un passato che non c’è più? O vogliamo comunque la sfida di un ecosistema ancora diverso, artificiale? Io le risposte non le ho, però ecco, non è scontato.

Quale sia il futuro dell’ecologia “all’attacco”, quindi non meramente conservazionista ma che mira a ripristinare, non lo so. Credo ci saranno vari approcci, adattati a diverse situazioni e a diverse mentalità. Qualsiasi cosa accadrà credo sarà più un terraforming, un giardino curato a nostra immagine e somiglianza, di una vera ricostruzione della natura senza di noi. Ma tutto è possibile.

Una cosa che non mi aspettavo di trovare nella Malinconia del mammut era una questione fortemente ideologica come lo sciovinismo tassonomico – ovvero la smaccata preferenza nei riguardi di specie carismatiche e in buona parte dei casi esteticamente adorabili, come il panda o il koala – rispetto ad altre ugualmente utili all’ecosistema, ma meno carine, come buona parte degli insetti. Un altro aspetto interessante e ideologicamente rilevante è che – ammesso di volerci impegnare seriamente e con un dovuto sforzo economico – volendo metterci a salvare il pianeta e le sue specie in pericolo, potremmo dover scegliere di salvaguardarne alcune a scapito di altre. Quanta ideologia c’è nel discorso sull’ambiente?

Non so se ‘ideologia’ sia il termine che userei. È più una distorsione cognitiva, culturale, che una questione strutturata ideologicamente. Lo sciovinismo tassonomico volendo è un ottimo esempio del fatto che quando parliamo di ecologia, di salvaguardia etc. parliamo di salvare quello che noi desideriamo, non di un optimum scientificamente obiettivo. Fatto salvo il mantenere il minimo dell’ecosistema indispensabile per la nostra sopravvivenza (e quale sia è una domanda aperta), il resto è una questione culturale. Il che non significa non sia importante, al contrario: è sapere in che casa vogliamo abitare. Ecco, se vogliamo una casa con più panda e meno scarafaggi possiamo dirlo, ma vorrei che lo dicessimo pienamente consapevoli di quello che perdiamo e di quello che otterremo.

Tra i grandi dilemmi che prima o poi potremmo doverci porre c’è l’uso della biotecnologia; dalla ricomposizione di stringhe di DNA alla clonazione, è possibile che nei prossimi decenni torneremo a parlare di eugenetica, deestinzione, selezione artificiale. Quali sono i rischi etici e pragmatici di questo tipo di pratiche?

Questa è una domanda immensa a cui non credo di poter rispondere in poche righe. Sono laureato in biotecnologie, di per sé non ho alcun timore delle tecnologie genetiche, che sono tecnologie potenti come tante altre. Posso solo dire però che mettere tutte queste tecnologie in un unico calderone, nel bene e nel male, non ha senso. Si valuta il singolo intervento, la singola applicazione. Non è vero che le tecnologie siano neutre e che tutto dipenda solo da cosa ne facciamo -una bomba atomica non è ‘neutra’, spinge chiaramente verso un certo tipo di utilizzo! Ma la biotecnologia è un campo troppo vasto per argomentarne in blocco. Diciamo che mi preoccuperei di come certe tecnologie possono inserirsi in una società come l’attuale, dove le garanzie democratiche sembrano al tramonto – ma dove anche, viceversa, c’è una consapevolezza politica come non si vedeva da decenni.

Sarebbe impossibile parlare di estinzione senza accennare al covid-19 e al suo impatto; senza scendere nelle visioni messianiche – e irriguardose, visto che ogni numero corrisponde alla perdita definitiva di una persona – del mondo che cerca di guarirsi attaccando i suoi ospiti più scalmanati, è pure vero che il rischio di nuove epidemie era una catastrofe annunciata (Spillover di David Quammen), diretta conseguenza dello sgretolamento degli ecosistemi. Avrà un impatto sul nostro modo di trattare il cambiamento climatico?

Come ho accennato sopra, lo spero. Non c’è niente di irriguardoso secondo me, perché anche il cambiamento climatico corrisponderà, se lasciato senza freni, alla perdita definitiva di molte vite umane. Il covid-19 è una minaccia esistenziale immediata alla civiltà, la crisi climatica è molto più subdola, ma i paralleli ci sono e andrebbero letti. E dovremmo imparare, appunto, quali sono le conseguenze di un mondo dove ogni nostro intervento risulta in una cascata di effetti su una società globale. Non sono particolarmente ottimista in assoluto, ma credo ci sarà un effetto sul dibattito. Alcune cose non potranno essere ignorate. Non potremo più fare spallucce quando ci avviseranno di una catastrofe in corso. Per un po’, almeno.

In un articolo uscito sul Tascabile parli degli effetti della pandemia in corso sulla ricerca scientifica; questa domanda potrebbe esulare dalle tue competenze di biologo molecolare, ma te la faccio lo stesso: se nella ricerca scientifica è già in atto una svolta metodologica – verso la consapevolezza di quanto sia importante la collaborazione e la condivisione dei dati – cos’altro credi che possa cambiare nel medio e lungo periodo?

In quell’articolo ho già peccato di ottimismo della volontà. Cosa credo possa cambiare, onestamente non lo so, al di là di avere finalmente una ricerca pienamente aperta nella comunicazione dei suoi risultati. Cosa vorrei possa cambiare, beh, altro discorso, ma l’inerzia nell’accademia è tanta.

Ultima domanda assolutamente pretestuosa. È indubbio che la specie umana finirà per estinguersi; cosa credi che resterà di noi? Quali tracce rimarranno su questo pianeta e sugli altri?

Tracce fisiche ne rimarranno. Sulla Terra nel giro di qualche centinaio di migliaia di anni si vedrà ben poco in superficie, ma chi volesse scavare troverà prima o poi resti di nostri artefatti o comunque indizi della nostra esistenza, fossilizzati, per decine o centinaia di milioni di anni. Rimarranno, indirettamente, ma per sempre fino alla fine della biosfera, le tracce sull’evoluzione futura della vita sulla Terra: la sesta estinzione, quale che sia la sua profondità ultima, sarà un altro punto di svolta evolutivo. Fuori dal nostro pianeta, beh, dipende dal fatto se prima o poi diventeremo una specie capace di colonizzare lo spazio, come sognavamo negli anni Sessanta del XX secolo, o se invece come sembra adesso non ci staccheremo molto da qui, almeno nei decenni a venire. Anche in questo caso, però, qualcosa di noi probabilmente sopravviverà per miliardi di anni. Le sonde che abbiamo lanciato fuori dal sistema solare – i due Pioneer, i due Voyager, New Horizons – continueranno a viaggiare nella Galassia e saranno relativamente integre e riconoscibili come artefatti forse anche per miliardi di anni. Quando non la nostra specie, ma la Terra stessa sarà scomparsa, qualcosa di noi rimarrà tra le stelle, in silenzio. Improbabile che qualcuno o qualcosa le intercetti, però. Quello che forse potremmo fare, se ci interessa una eredità, è costruire una enciclopedia cosmica, un database durevole di ciò che era la nostra specie e la vita sulla Terra, e inviarne copie nello spazio -magari sotto forma di robot autoreplicanti, per massimizzarne l’efficienza- sì che un giorno qualche altra creatura senziente possa sapere di ciò che siamo stati. Una speranza esile, ma perché non tentare?


Massimo Sandal (1981) è uno scrittore e giornalista scientifico. Ha conseguito un dottorato in Biofisica sperimentale a Bologna e uno in Biologia computazionale ad Aquisgrana, dove vive tuttora. Collabora con varie testate, tra le quali Le Scienze e Wired.


Erica Casalini, classe 1988, laureata in scienze della comunicazione, gestisce il lit-blog La Leggivendola e collabora con Penne Matte, L’Indiscreto, il Tascabile e Wired.  

Immagine: Tom Hegen


Diari del domani

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