La tigre di carta

di Valerio Ragazzini.


La tigre aveva ragione: non ero più il benvenuto al club.

Cercavo di non pensarci fingendo che fosse la sua malattia a parlare; si sa come sono i malati, pieni di rancore, dediti all’inganno e cattivi con chi è in salute. Non la reputavo più attendibile, anche i farmaci dovevano averle guastato il cervello. Tuttavia riconoscevo che mentre le sue condizioni si aggravavano anche la mia vita stava cambiando.
All’inizio non feci troppo caso ai segnali della malattia, come il tremendo odore che la tigre spandeva per l’intera casa. Le piogge torrenziali da alcune settimane rimestavano per bene i ristagni delle fognature, perciò imputai quel cattivo odore a fattori del tutto estranei. La tigre iniziò poi a manifestare indolenza, scarso appetito e l’odiosa tendenza a contraddire ogni mia esternazione, perfino le più banali. Se un tempo eravamo complici, una sera litigammo per via di un programma televisivo e non ci rivolgemmo la parola fino alla sera successiva. Poi l’odore acre, quel tanfo che non avevo mai sentito prima di allora, incominciò a manifestarsi insistentemente, fino a togliermi il sonno. Allora mi accorsi che era la tigre a emanare quel fetore da ospedale: ovunque nella casa si respirava quel terribile odore che aveva impregnato ogni stanza e oggetto, a partire da tende e poltrone. Anche le scatolette di tonno, ben sigillate in fondo alla dispensa, una volta aperte rivelavano un contenuto anormale, tutt’altro che fresco. Non era pesce marcio, ma vecchio, con un retrogusto amaro di medicinale.
Incominciai allora a tenere le finestre spalancate il più possibile, e mi accorsi che i vicini non stendevano più il bucato sui balconi, forse per timore che quell’odore terribile contaminasse le loro lenzuola appena lavate. Allo stesso tempo, però, davo prova a quella gente che la tigre era ancora al suo posto in casa mia; lasciavo che i vicini la vedessero andare su e giù per le scale, da un piano all’altro, o quando le stavo vicino. La tigre era malata forse, ma ancora tra le quattro mura di casa mia, e questo mi faceva sentire al sicuro, intoccabile.
Arrivò il giorno fatidico. Mentre cercavo di fare il nodo alla cravatta, la tigre gettò il suo muso striato dentro la mia camera da letto e mi avvertì:
«Non sei più il benvenuto al club.»
Il mio riflesso in completo scuro si contrapponeva alla sagoma sfumata della tigre, ingrigita dal suo malessere. Gli occhi stanchi e rossi restarono lì a guardarmi, ma non mi degnai nemmeno di risponderle, non volevo dar corda alle sue insinuazioni. La lasciai sola in casa, nel tanfo della malattia.
Il club non era lontano, ma dovetti fare molta attenzione a non cadere nei torrenti che ormai correvano lungo le strade della città, torbidi rivoli d’acqua sporca che le fogne ormai sazie e le cantine allagate ributtavano fuori. Le persiane dei palazzi antichi e le serrande dei negozi mi guardavano torbide, con la soddisfazione di chi gode nel vedere il diavolo cadere vittima del suo stesso operato.
La moquette rossa del club era già zuppa d’acqua, segno che molti soci erano già comodi nelle loro poltrone di cuoio o accanto ai biliardi a fumare sigari d’importazione. Tuttavia, quando mi avvicinai al guardaroba non trovai nessuno ad accogliermi. Non c’era la solita signorina, o almeno non si fece vedere da me. Mi accorsi però di un’ombra, come se qualcuno si nascondesse appositamente per evitare ogni contatto. Restai per alcuni secondi in attesa col soprabito fradicio piegato sul braccio. Nello sporgermi leggermente di là dal bancone, notai che l’ombra si era ritratta ancor di più nel suo nascondiglio e preferii non insistere.
Nella grande sala rossa i lampadari e gli abat-jour da lettura erano accesi anche di primo pomeriggio per via dei terribili e incessanti temporali; qua e là sedevano volti noti e meno noti con cui scambiai un accenno di saluto. A volte soltanto una leggera inclinazione del capo, un cenno col bicchiere vuoto, un paio di folte sopracciglia che si inarcano e poi tornano quiete: i segni di un’accettazione forzata e tutt’altro che spontanea. Poi quei signori tornavano immobili, come manichini di cera, nelle loro posture finte e ben studiate.
La seconda stranezza la riscontrai immediatamente: nessun cameriere venne al mio tavolo per prendere l’ordinazione, dovetti richiamare l’attenzione di un pingue maggiordomo. Quello fu cortese, ma non gentile. Nei suoi mezzi sorrisi trovai la conferma di quanto sosteneva la tigre: non ero più il benvenuto.
Evidentemente la notizia della malattia della tigre era arrivata fino al club, e non c’era poi molto di che stupirsi, visto l’alto tasso di chiacchiere e pettegolezzi. Mi sembrò che qualcuno dei soci mi spiasse da dietro i fogli di giornale, come a dire “manca poco” o “tra poco sarà tutto finito”. Io restavo impassibile, cercando di non mostrarmi intimorito da quell’atmosfera chiaramente ostile.
La tigre era viva ed era ancora dalla mia parte. Ma non potevo illudermi: la malattia avrebbe reso l’aria irrespirabile e infine tolto dal suo corpo peloso ogni refolo di vita. Non sapevo quando, ma sarebbe certamente morta. Questa volta non hanno riposto l’impermeabile nel guardaroba, domani non mi serviranno il tè pomeridiano, e quando la tigre non ci sarà più forse aspetteranno ch’io volti loro le spalle per conficcarmi nella schiena lame, chiodi e chissà cos’altro. I vicini stessi, con il passare dei giorni, si fanno più spavaldi: qualcuno esce sul balcone e guarda fisso verso la mia casa, come volesse scalfire le inferriate col solo sguardo. Prendono coraggio perché sanno che la tigre sta morendo, e io non ho scampo. Le cose peggioreranno in fretta e ogni volta che la tigre manda un rantolo, un rigurgito, mi convinco sempre più della necessità di trovare una soluzione definitiva prima dell’inevitabile fine.


Valerio Ragazzini è tra i fondatori dell’associazione culturale Acsè che si occupa di coordinare eventi culturali e pubblicazioni di carattere locale. Dal 2015 cura la sezione dedicata alla letteratura e alla riscoperta di testi “classici” locali nella collana Novantasei: letteratura, arte e storia in Romagna. Dal 2018 la collana prende il nome Acsè e continua a trattare temi legati alla cultura locale in approfondite monografie, e in detta collana ha pubblicato Quella riga lunga e blu: gli scrittori romagnoli e il mare (White Line). Nel 2019 ha pubblicato la raccolta di racconti L’uomo era una bella idea (Fara Editore). Collabora a riviste cartacee di studi locali e approfondimento come L’Ortica e La Piè, e riviste culturali on-line come Pangea.

Immagine: Beatrice Bandiera

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