La Casa della Paura

di Valentina Ramacciotti.


«Tira su il morto! Quello impiccato al primo piano. I piedi gli toccano terra, devi stringere il cappio.»
«Dobbiamo cambiare le corde, quelle sintetiche sono troppo scivolose.»


La sedia scricchiola sotto il peso degli scarponi. L’impiccato è leggero, il movimento meccanico (“lo devi fare triplo il nodo!” “il migliore è il parlato semplice, non lo scioglie neanche il Padreterno”), sì, il parlato semplice è perfetto, consente un’ottima tenuta e il cavo in tensione si blocca all’istante. Poche manovre rapide. Il capo gliel’ha insegnato fin dall’inizio, raramente si sbaglia.
Anche questa è fatta. C’è ancora un po’ di tempo prima che inizi il turno serale, quello per una sigaretta e un giro di ricognizione nella nuova città. La sua non è curiosità, ma noia. E la noia porta con sé domande scomode e spiacevoli pensieri con cui riempire il vuoto, quel vuoto nella testa e nelle mani Dario preferisce riempirlo con qualcosa che lascia il tempo che trova, qualcosa di cui domani nemmeno si ricorderà, immagini fugaci di una periferia come tante altre, dettagli in cui perdersi, storie da inalare, storie di sconosciuti che gli scivolano vicino sfiorandogli il respiro nella più completa indifferenza. Facce comuni o stravaganti, personaggi a cui regalare un’anima e una storia, magari anche un lieto fine, per poi tornare a rinchiudersi nella Casa della paura. La notte è lunga, non finisce mai e il giorno così breve e misterioso. Non resta che esplorarne ancora un po’, finché la luce andrà a cacciarsi dietro ai capannoni che segnano il profilo industriale della darsena.
Era da molto che non tornava in questa terra, la terra dei suoi natali e dei suoi lutti. Difficile fingere di essere altrove, tutto è partito da lì, dal tanfo umido della laguna, dal cigolio arrugginito degli argani che graffiano il cielo attorcigliandosi in tortuose manovre, dalla luce plumbea che finisce per annebbiarti la vista accorciando l’orizzonte in una triste finitezza. Da quando lui e il capo hanno messo piede in questa terra che affonda nel fango, per sbarcare il lunario seminando paura e terrore, nella testa di Dario si è scatenato il putiferio. Il passato riemerge dispotico, facce e nomi annegati nel buio tornano a rivendicare lo spazio che spetta loro, accampando richieste.
Ancora un bicchierino di grappa a riscaldare la gola e a lavar via certe immagini dalla testa. Il piccolo bar è una lurida topaia, un dopolavoro per macchinisti stanchi che vengono a concedersi la bramata pausa dal ronzio battente a bassa frequenza del porto che intasa loro la scatola cranica. Facce silenziose, intorpidite dalla Bora. Proprio quello che fa per Dario, facce anonime tra le quali nascondersi.
Ma poi entra una donna e tutto si guasta, sempre colpa delle donne. Cammina instabile sui tacchi sottili, i piedi grassi sembrano infilati a forza dentro le tomaie rosse, la pelle si rigonfia lungo i margini dei dècolletè e ogni pretesa di femminilità si schianta rumorosamente nel ridicolo. Dario l’ha riconosciuta, la sua chioma bionda scolorita è inconfondibile, il suo culo largo e flaccido, una prova dell’esistenza della forza di gravità, eppure non ha voglia di salutarla, di toglierla dall’impaccio di tanti sguardi curiosi e vigorosi che le si rivolgono in cerca di una ricreazione libidinosa.
A Dario da un pezzo a questa parte in mezzo alla desolazione e alla tristezza si è aperta una vena creativa, quella sadica, come per effetto di un contrappasso dantesco: ha sofferto così tanto in vita sua che adesso infliggere dolore agli altri, in tutte le declinazioni possibili, gli dà sollievo. Il più delle volte è una rivalsa passiva e innocua, ma sempre più spesso alimentata da violenta ghiottoneria. La sua spiccata sensibilità gli lascia intuire l’odore del panico. Adesso Isabella ci sta proprio annaspando nella vergogna, la sua insicurezza è scivolata bruscamente nel turbamento, tiene lo sguardo basso e non vorrebbe mai essere entrata a bere un caffè.
Alla fine è lei che lo trova. Trova la sua ancora di salvezza incagliata nella palude di quei molluschi appiccicosi e invadenti e ci si aggrappa come una cozza, carnosa e frustrata. Dario abbandona il suo abito da boia per lasciare spazio a uno spiraglio di carità cristiana e accompagna la cicciona claudicante fuori dalle pareti indiscrete di quella mescita portuale.
Del resto Isabella fa parte del clan, girovaga come lui in cerca di qualcuno che se la prenda e le restituisca la dignità che merita, un punto fermo in una vita fluida e scivolosa.
La serata ha inizio. Pino, il capo, chiama Dario nella roulotte, gli esprime tutta la sua fiducia, gli dice che è in gamba, del resto non si circonda mai di assistenti incapaci, l’ha fiutato al primo sguardo e sa che non lo deluderà mai, non lo abbandonerà come altri hanno già fatto, lasciandolo solo a tirare avanti la baracca. Dario abbassa lo sguardo, non ama i complimenti e non vuole che le persone gli si affezionino o che abbiano anche solo delle misere aspettative. Pino gli mette in mano il mensile con un piccolo extra per le sue ultime performance, in tutto fanno 180 euro.
Dario infila le banconote sgualcite dentro al suo vaso Bormioli quattro stagioni che tiene nascosto sotto il letto, pieno zeppo di soldi. Non sa che farsene di quel denaro, il capo gli dà vitto e alloggio, quello che resta lo usa per un bicchierino di tanto in tanto.
Si arma di bastone e coltello, indossa il passamontagna nero e si apposta al primo piano della casa, in attesa di mietere le sue vittime e di sentire il fragore delle urla trapanargli i timpani: brevi ma intensi momenti di soddisfazione che lo ripagano della routine di ogni giorno. Scaricare parte del suo male sugli altri gli procura un leggero sollievo. Le sue vittime preferite sono in assoluto i bambini, vedere le loro facce candide che si chiazzano di rosso, cogliere lo schizzo di panico che viene fuori dai loro occhi e dalle loro gole quando lo fissano terrorizzati oltre il riflesso della lama giapponese del suo Fallkniven, prima ancora che il fendente scenda su di loro, è qualcosa di potente e forse anche catartico. Come se la sofferenza che lo abita stabilmente si dileguasse fuori per un po’, togliendolo dal tormento e lasciandolo in pace, e non importa se per far ciò deve sacrificare qualche moccioso innocente.
Gli schizzi di sangue che macchiano le pareti della casa dove ripete i suoi crimini, perfezionandoli ogni notte, è un rituale quasi sacro, da ossequiare e onorare come gli abiti che indossa, gli stessi ogni notte, già sudici di altri crimini, da conservare con cura, strato di sangue su strato di sangue, croste preziose da non lavare via, da contemplare nei giorni critici, quando manca l’adrenalina. Non è feticismo, ma cura dei particolari, dedizione alla causa, all’arte della violenza.
Ma questa sera qualcosa non va. Dario è infastidito, il pianto di altri bambini si sovrappone alle urla, le facce nascoste alla coscienza tornano a galla e guastano la concentrazione. Ne viene fuori una serata spenta, tutt’altro che esaltante. Alla fine il capo deciderà a sostituirlo con un manichino a movimento automatico. Solo questo pensiero lo tiene sveglio nella notte: l’idea di essere costretto a cambiare ancora, scegliere un’altra vita, mettersi di nuovo in discussione e sentenziare l’ennesimo fallimento. Ha letto su internet che esistono degli automi tali e quali agli uomini: parlano, cantano, si muovono come gli esseri umani e presto li rimpiazzeranno tutti. Sono una bella copia, ma fanno paura perché sono finti, con la pelle sintetica e lo sguardo vacuo, insomma Dario non vorrebbe averci nulla a che fare. Però un lavoro duro come il suo, a volte ripetitivo e meccanico, con il sangue freddo che richiede è a forte rischio, in effetti un manichino sarebbe perfetto al posto suo. Si domanda se in realtà non sia lui stesso a usurpare il posto a un automa.
Sapeva che non sarebbe stato facile lavorare nella sua città. Lontano da qui reinventarsi è stato più facile del previsto, ma adesso ogni scelta perde la sua legittimità. Dario sente scricchiolare la ghiaia sotto i piedi, la sente scivolare giù nella voragine che lo attende, per il momento solo un’eco di sassi che precipitano e il vuoto che lo attira, ma riesce ancora a mantenersi in equilibrio sul ciglio, sfidando la gravità e aggrappandosi disperatamente alle mediocri abitudini, ai volti stanchi che lo accompagnano nel suo delirio.
«Tutto bene?»
«Sono solo un po’ stanco.»
«Capisco, non te la prendere: una serata no è normale, dopotutto siamo esseri umani, che cazzo!»
Pino conta gli incassi della serata. L’unghia lunga del mignolo solleva una ad una le banconote allineate in mazzette da dieci, mentre con l’altra mano carica di anelli massonici tiene fermi i biglietti di turno. Si vanta sempre di avere amici che contano, amicizie altolocate, dice che basta un fischio e quando si stuferà di questo circo lo tireranno fuori loro…sembra una macchina quando conta, riesce pure a parlare senza sbagliarsi.
«Serata magra. È autunno, l’autunno è una stagione di merda…la gente se ne sta rintanata in casa ad aspettare l’inverno. Meglio cambiare programma e andare giù al sud, là sì che si fanno i soldi.»
«Sono d’accordo, e poi questa nebbia mi ha già rotto le palle.»
«Prima ti cercava Isabella… vedi se riesci a distrarti un po’, hai un muso! Qui c’è bisogno d’entusiasmo, oh! Di energia, altrimenti tutti a casa, si chiude.»
Pino è sempre scenografico, ma riesce suo malgrado a sortire un effetto rinvigorente nella mente avvizzita di Dario, come se con due parole fosse in grado di scuoterlo più di un Prozac. L’ha scelto proprio per questo suo carattere brusco, ma terapeutico. L’ha selezionato attentamente, tra le tante terapie possibili, come quello con il minor numero di effetti collaterali ed è stata una ricerca lunga e faticosa. Per questo ha deciso di seguirlo ovunque, come un segugio affezionato al suo padrone.
Dario si spoglia dalla tuta da lavoro, si toglie le armi di dosso e si sfila i guanti sporchi di sangue. Ripone tutto con cura nel minuscolo armadio del camper ed esce.
Le luci intermittenti sono ancora accese all’Enterprise, gli ultimi a chiudere al Luna Park. La voce sensuale di Isabella riempie le casse a tutto volume «Ultima corsa, allacciare le cintura… ultimo giro signori, si va… si va…».
Pino è invidioso di questi ultimi congegni, (“tirano su un sacco di soldi, mentre noi facciamo le pulci!”, “un giorno o l’altro chiamo quei miei amici e mi metto in società, compro una di queste astronavi e cambio vita, vedrai… Ne ho vista una che sta ferma in aria per cinque secondi. Li faccio vomitare tutti a testa in giù, vedrai…La produce una ditta americana, ci vogliono trecentomila euro!”) se ne sta tutto il tempo a rimuginare, e mentre annuncia le sue corse nella cabina della Casa della paura, con gli occhi fissa l’Enterprise e gufa sciagure. Sta sempre lì, chiuso nel suo gabbiotto di lamiera e vetri, col vuoto davanti, mentre guarda le code alla cassa di Isabella, le sue mani veloci che racimolano banconote e distribuiscono gettoni come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma la vita è una ruota che gira…non fa che ripetersi.
Isabella si sporge per salutare Dario, appoggia i seni floridi sulle fiches di plastica colorate. Gli fa cenno con la mano di aspettare, intanto continua a ingolfare il microfono con le sue formule pronte per incitare i clienti.
Dario se ne sta col sedere appoggiato su una transenna di ferro gelido e col capo rivolto in alto, verso le luci scintillanti dell’Enterprise, ascolta urla di vero terrore che non hanno nulla a che vedere con i suoi scialbi ricavi della serata. Ormai starsene appostato dietro a quella curva all’ultimo piano della casa e cogliere di sorpresa i bambini sul trenino, armato di coltellaccio e cappuccio nero, non fa più effetto a questa generazione di marmocchi super sollecitati da tv e videogiochi! Ma alcune volte Dario ha la sensazione di essere un vero killer e di istillare panico allo stato puro, certe grida lo eccitano nel profondo e lo fanno sentire forte.
Isabella abbassa la saracinesca. Con le sue unghie laccate preme il pulsante elettronico della serratura, in mano tiene il borsello gonfio degli incassi: Pino potrebbe accusare un malore alla vista di un simile spettacolo.
Isabella ha la voce calda come tutto il resto, vorrebbe prenderlo per mano o fargli una carezza, magari accoglierlo con un bacio, ma sa che non sarebbe gradita, così si accontenta di camminargli al fianco. Accetta uno scambio di fluidi senza baci ed effusioni. Sentirselo dormire addosso, le notti che riesce a rubarlo alla Casa della paura. Per Dario va bene così: Isabella lo scalda nelle notti fredde, nella bassa stagione, gli offre il seno caldo e molle come un rifugio durante i diluvi della sua depressione, parla poco e soprattutto non fa progetti per il futuro.
Isabella riconosce al volo la maschera rigida e lo sguardo fermo e inespressivo di quando Dario scivola nel polo negativo, con pazienza materna aspetta che se ne vada, liberando l’euforia che è l’altra faccia del male. La stritola in abbracci soffocanti, lei sorride e lascia fare soddisfatta, illusa da quegli slanci prepotenti. La divora con morsi e baci, se potesse le succhierebbe il sangue direttamente dalla giugulare, a ogni succhiotto Isabella lancia un grido di piacere e paura insieme, alla fine la scollatura sembra un campo di battaglia dopo un bombardamento aereo (“mi sa che domani devo metter su il foulard!” e ride soddisfatta) potesse prenderle la vita e scambiarla con la sua lo farebbe al volo, ma si accontenta di trattarla male, di stropicciarla un po’, per scaricare la sua rabbia.
Questa notte Dario si sente solo e non si affretta a rientrare nella sua camera su quattro ruote, ha bisogno di qualcuno che lo tenga d’occhio, potrebbe fare una sciocchezza, così finge di dormire sotto le lenzuola profumate di sapone, stretto nell’abbraccio silenzioso della cicciona. È così morbida la sua pelle, si addormenterebbe d’incanto, non fosse per quelle immagini che tornano a riempirgli la testa non appena si libera da un’occupazione. Se ne sta a occhi spalancati a fissare il buio, ad ascoltare il rumore del respiro di lei e intanto vede spiriti inconsistenti rivestirsi di carne davanti alle sue pupille, assiste inerme al dispiegarsi di scene riposte per sempre, intuisce pianti e lamenti, urla di rabbia, litigate furenti. Si vede come in un film, una vita fa. Una donna ben vestita, una donna di classe, lo accusa di non essere un uomo, lo fa sentire inutile, impotente, porta via con sé due bambini in lacrime, intimandogli di rivolgersi all’avvocato se vuole vederli ancora. Quei piccoli fanno un rumore insopportabile, un pianto che cresce come se fosse amplificato. Gli stessi bambini stanno costruendo un castello di sabbia in riva al mare e le onde lambiscono loro i piedini, allora cominciano a ridere e si schizzano con l’acqua. Le risate sono insostenibili tanto sono belle.
Successe molto tempo fa. Una sciagura dietro l’altra. E adesso è quello che è: un sopravvissuto. Non c’è più niente in grado di emozionarlo o di stupirlo. Tutto scivola mite sulla sua pelle, che è diventata sterile, immune alle avversità. La sua vita è un elettroencefalogramma piatto, con picchi notturni, quando non dorme e ha le visioni, ma è sufficiente una compressa a spegnere i cortocircuiti e a riconsegnarlo all’indifferenza. Alcune volte ci prova a sospendere la cura, per vedere se le ferite si sono rimarginate, se magari può provare a far battere il suo cuore secondo le variazioni del giorno, ma scivola subito nel baratro della depressione, allora si aggrappa al barattolo del carbonato di litio e si fa una dose doppia di compresse da 300 mg per riprendere il giusto equilibrio.
Ha provato più volte col suicidio, ma non ha avuto il coraggio, si è sempre fermato un attimo prima, con la corda al collo e lo sgabello sotto i piedi, con l’auto chiusa in un garage e la mano sulla chiave indeciso se accendere il motore, con la bombola del gas aperta e la finestra spalancata, a vomitare compresse nel cesso, dopo averne inghiottite una quantità che al massimo gli avrebbero procurato un sonnellino, giocherellando con in mano un rasoio sul bordo della vasca, sul ciglio di un fiume in piena, di notte, a fissare lo scroscio dell’acqua e gli alberi sradicati trascinati via. Non è mai riuscito a fare quel salto nel buio e tutti i tentativi si sono andati a sommarsi ad altri fallimenti.
Il suo bipolarismo era latente, il medico lo intuì fin dalla prima seduta, manifestato a seguito di un evento traumatico: il fallimento della sua finanziaria, e la perdita di ogni diritto patrimoniale, la ricerca disperata di un lavoro qualunque come dipendente, col curatore fallimentare alle calcagna, il divorzio dalla moglie (esaurita dal disturbo maniaco-depressivo del coniuge), la perdita del domicilio, l’incapacità di pagare gli alimenti ai familiari, le accuse del giudice, l’auto privata trasformata in (non troppo) civile abitazione per dare un taglio alle spese, il sequestro di quest’ultima e alla fine la triste sequenza degli esperimenti con la morte, quindi l’esilio.
Il Luna Park l’ha adottato una mattina, trovandolo riverso sul suolo pubblico adibito a spazio ricreativo. L’ennesimo tentativo di suicidio andato male l’aveva condotto fino lì, a invadere la piazzola destinata alla Casa della paura: Pino trovò esilarante quella posa alquanto sconveniente, ma soprattutto la lettera che Dario teneva in mano, una specie di testamento al negativo, una dichiarazione dei debiti che possedeva e che non avrebbe mai voluto che i figli ereditassero. Pino lo guardò a lungo prima di svegliarlo dalla sbornia. Anche quella volta la dose si era rivelata insufficiente e dovette rassegnarsi a vivere, ma l’incontro con gli ambulanti fu provvidenziale. Basta con suicidi, notti bagnate di lacrime, sadiche retrospettive di una vita sbagliata, impossibili ipotesi di soluzione. Finalmente aveva una chance: impersonare la vita di un altro, uno sconosciuto, inventandosi un altro ieri, migliorando le prospettive, dimenticando gli errori e fregandosene degli altri, una vita qualunque insomma, senza pretese, senza le ambizioni di un laureato figlio di buona famiglia, senza vincoli e soprattutto senza passato. Non poteva capitargli niente di meglio in quella mattina acerba, nel campo ghiacciato dove nella notte era andato a cercare la morte e invece all’alba aveva trovato la salvezza nei panni di un ometto calvo di media statura, con la pancia rotonda e il petto villoso che lo guardava estasiato della scoperta e lieto di accoglierlo come assistente nella sua modesta Casa della paura.
Fu Pino ad avere l’idea, all’inizio Dario proprio non se la sentiva di fare l’attore, ma si lasciò guidare dall’istinto, dalla rabbia repressa che trovava la sua valvola di sfogo seminando panico e sgomento. Pino diceva che non esistevano al mondo case maledette con attori in carne e ossa, lui sarebbe stato il regista e Dario l’eccezionale interprete, era un po’ come mettere in scena un dramma ogni notte. Anche se il pubblico non era sempre all’altezza, l’effetto era ripagato da un’impennata negli incassi, quando Dario gridava e sguainava il coltello gocciolante di sangue c’era da augurarsi che nessun cliente soffrisse di cuore!

Il mattino al parco è sempre pigro, nessuno che metta la sveglia o corra a comprare il giornale. Il tempo scorre lento e si assapora il silenzio che di notte fatica ad arrivare.
Isabella ha preparato a Dario una ricca colazione; non è mai successo di ritrovarselo nel letto alla luce del sole, è tutta eccitata e forse nella sua testa adesso qualche programmino lo sta facendo. Già s’immagina qualche marmocchio sparso nel cortile di fronte al camper, un biberon nel bollitore e Dario che guida la giostra, ma poi cancella tutto per attenuare la caduta libera dai sogni a cui di rado si aggrappa. Meglio godersi lo spettacolo fin che dura, senza perdersi in voglie assurde che tanto non si realizzeranno.
Dario si sveglia disorientato, cerca il suo comodino ma l’odore di uova fritte e caffè lo convince a restare, senza attivare le consuete fughe dal mondo dei vivi.
Il camper di Isabella è bellissimo. È un luxury-camper modello Shuttle, americano e come tale sfacciatamente accessoriato, un miniappartamento di 30 metri quadrati con le ruote. Isabella viaggia sola, l’attività l’ha ereditata dal padre ed è seguita da due garzoni che viaggiano al suo seguito, su un piccolo rimorchio attaccato all’Enterprise.
Pino dice sempre a Dario che Isabella è l’affare della sua vita e che deve battere il ferro finché è caldo, altre volte invece, quando è preso dall’uggia e dalla paranoia di restare solo, dice che non deve fidarsi di quella stronza viziata, che Dario è nato libero e non deve rinchiudersi in quell’autocaravan per ricchi, perché sarebbe la sua fine, la fine di tutte le avventure che gli promette Pino, dei progetti grandiosi che ha in serbo per loro due, quando gli amici della squadra e del compasso si decideranno a investire nella Casa della paura.
Dario indossa una camicia nuova, l’ha appena tolta dal nylon, ha estratto con cura le spille nascoste sotto il colletto e quelle che appuntano i polsini nella piega in bella vista sotto la plastica trasparente. Non ha il ferro da stiro, ma tutto sommato le pieghe finte che segnano il torso e dividono le maniche sono simmetriche e ordinate, senz’altro migliori delle sue magliette sdrucite. Una rinfrescata col dopobarba nuovo di zecca e ancora una frugata nel vaso Bormioli, stappato e rovesciato sul letto, con tutto il suo prezioso contenuto sparpagliato sulle lenzuola. S’infila qualche banconota in tasca. È un gesto rapido, come se quei soldi non gli appartenessero realmente, quasi come se li stesse rubando a qualcun altro e non si trovasse a proprio agio nei panni del ladro. Porta Isabella a cena fuori. È la prima volta da quando si conoscono ed è la prima volta che sfrutta gli utili del suo lavoro.
Mentre aspetta Isabella fuori dal camper, un morso violento di indecisione gli fa rimpiangere la sua parte nella Casa della paura, le assodate abitudini, le certezze che sta abbandonando per sciocche vanità. Considera il rischio di quest’uscita dal programma stampato della sua vita di tutti i giorni, è convinto che possa essere foriera d’altre sciagure. Pensa a Pino con commozione, come si può immaginare l’addio a un padre sul letto di morte, o come si vaneggiano i ricordi d’infanzia, il suono della voce della mamma, da bambini, i giochi puerili dimenticati per sempre. Ha gli occhi lucidi, pronto a fare dietrofront, spera d’essere ancora in tempo per indossare la tuta blu e il passamontagna, per rinunciare alla sua prima serata libera, la prima notte fuori dalla Casa della paura da due anni a questa parte. Ma la voce di Isabella lo inchioda alle spalle.
Dario inghiottisce il boccone d’angoscia e si fa coraggio.
La serata scivola felice verso un’oasi di beatitudine e sospensione. Nel senso che Dario è davvero sospeso, il vecchio Dario, mentre un nuovo Dario, fresco come il dopobarba al sandalo, tiene alto l’indice di gradimento della serata, è un tipo sveglio, con un carisma inaspettato e fascino da vendere, Isabella capitola ai suoi piedi e gli regala tutti i suoi sogni.
La mattina dopo Dario è un uomo nuovo, feroce e ruggente, cammina a un palmo da terra, trionfa su tutti i tristi figuri che popolano il Luna Park come se avesse un alone dorato a evidenziarlo, a staccarlo dallo sfondo sbiadito. Ruslan il guercio lo guarda stranito mentre mette l’olio nel diesel della sua nave pirata, a stento lo riconosce dentro alla sua camicia bianca splendente, con il sorriso e la testa alta, lui che prima di mezzogiorno non mette mai fuori il naso dalla roulotte, lui che come i vampiri sfida le traiettorie del sole e se davvero lo vuoi scovare solo in un posto puoi star centro di trovarlo: in quel dannato castello della paura a inventarsi smorfie e parole terrificanti, ad ammuffire nei panni sdruciti del suo personaggio, il killer spietato che finge di essere come se nella vita non ci fosse rivalsa migliore.
«Pino, ho un’idea per stasera.»
«Sentiamo.»
«Ti giuro che li faccio crepare davvero stavolta: niente cappuccio, li affronto a muso duro. È tanto che provo e adesso mi sento sicuro, li farò schiattare, sarà un’interpretazione da cinematografo, come dici tu.»

Da una settimana alla Casa della paura c’è la fila al botteghino, l’unghia di Pino si sta consumando a furia di contare soldi. Gli altri del Luna Park cominciano a chiedersi cosa si siano inventati per scatenare tanto interesse. Il guercio si è imbucato, mescolandosi tra bambini e genitori, e gli è preso un colpo quando ha visto Dario sbucare minaccioso col coltello e la bocca spalancata in urla infernali gettarsi addosso al trenino e afferrarne il bordo per scuoterlo tra lo sgomento di grandi e piccini.
Ma la percezione di essere in transito in una terra speciale non dà tregua al povero Dario che, nonostante il successo, sente il formicolio alle mani e avverte da antenne invisibili un pericolo imminente, come se in quella città gli mancassero le dovute protezioni e fosse troppo esposto nonostante il nascondiglio in un parco giochi.
È una serata esaltante. La fotocellula attiva il beep, segue il solito ghii ghii del sistema di trascinamento e un’altra locomotiva appare dietro la curva. Dario esce allo scoperto col pugnale sguainato in aria, urlo terrificante e pioggia di vernice rossa lavabile. Un’interpretazione da vero film horror in diretta, alimentata da una tensione elettrica latente in ogni gesto, come se in effetti quell’attore fosse davvero un po’ matto, e le sue mosse riuscissero stonate, schizofreniche e fosse sul punto di uccidere solo per reagire alla sua stessa paura.
Di nuovo al buio, rintanato in silenzio a raccogliere la concentrazione necessaria, avverte lo stridore degli ingranaggi della prossima locomotiva, le ruote dentate che s’incastrano negli appositi vani della pedana in salita, è il momento della comparsa di altri piccoli spettatori. Dario fa un salto in avanti e si getta sotto la lama di luce al neon, è il culmine, l’apice, la vetta massima dello spavento rappresentato dalle facce pallide e inorridite che lo guardano con occhi sgranati sorpresi dall’agguato. Ma ci sono quattro occhi in fondo al corridoio che più di ogni altro si fissano sulle retine di Dario, sono impauriti, sì, ma anche sorpresi e mentre il rimorchio scorre rapido davanti al killer sono già irrimediabilmente delusi.
Dario è attonito, scioccato. Non aveva considerato l’eventualità di un incontro. Adesso il suo volto è più pallido delle sue stesse vittime e i suoi occhi pieni di vergogna. Si sente ridicolo e vorrebbe che quel killer che abita in lui facesse ciò che è stato chiamato a fare, che eliminasse l’altro, il pagliaccio, l’inetto, una volta per tutte e gli risparmiasse l’ultima umiliazione della sua vita.
Il trenino successivo s’imbatte in un assassino scarico, un fantoccio, un manichino ripiegato su se stesso, con le lacrime che gli rigano le guance e sciolgono il trucco come a un clown triste, è uno spettacolo assurdo, qualcuno all’uscita reclama il rimborso del biglietto. Ma Dario è già uscito, è un’ombra che vaga sul selciato del Luna Park alla ricerca di una risposta. Accelera il passo, ma quando intuisce le sagome dei suoi bambini, si accorge che sono solo miraggi. Devono essersi dileguati dall’imbarazzo di un padre indecente. O forse erano solo dentro la sua testa, ma li cerca ovunque, fino a perdersi nel parcheggio polveroso e buio, urlando i loro nomi e singhiozzando come un ragazzino. Alla fine, esausto, rotola a terra fino a trovare rifugio nell’erba umida della notte.
La mattina Isabella lo sveglia con delicatezza, non era un sogno, neppure un incubo, l’hanno visto tutti in quelle condizioni. Alcuni ragazzi gli hanno fatto pure delle foto: dormiva nella posizione da fetus in utero, con l’espressione serena e la faccia deformata dal trucco sfatto, nella sua tuta blu insanguinata. Se fosse passata una volante l’avrebbero arrestato senza pensarci su due volte. Ma Isabella è indulgente, è abituata alle ricadute, solo non se l’aspettava, non adesso, ora che finalmente la sua vita aveva preso il via, ora che il sogno sembrava vero. Invece no, ancora quella maschera triste che recita solo un messaggio: l’inizio del declino.

È tornato il vecchio Dario al Luna Park, quello grigio e spento che cammina lungo i muri e si nasconde tra i caravan, quello esangue come un vampiro all’alba, che non si lascia tentare dalle emozioni vere, quello che sta alla larga da Isabella e se per caso gli capita di finirci a letto si sbriga a uscirne senza una scusa. Da qualche giorno è rientrato nei suoi panni da killer incapace: si è rimesso il cappuccio. Al massimo si esprime con un urlo rauco e spento, neanche si muove, sta lì fermo nel suo cantuccio e aspetta che il trenino lo superi con riluttanza. Non c’è più fila alla cassa. Tutto è scivolato nella consueta desolazione.
La partenza è prevista per l’indomani, viaggeranno tutti verso sud. Ma Dario ha deciso che quello è il momento giusto, lì, nella sua città. Ha comprato corde nuove e resistenti con portata massima di 360 kg. Finalmente getta via quelle sintetiche, quelle che si allungano come elastici e fanno tribolare con nodi che si allentano, non ci sarà più da arrampicarsi al buio per tirare su il manichino, non ci sarà più da bestemmiare in infiniti soliloqui, la sua sarà una sistemazione definitiva.
Dario entra dalla porta sul retro, s’infila nell’oscurità, anche se è mattina. Sale per le scale a pioli di ferro e sente il rimbombo metallico ripetersi nel corridoio al primo piano. Un suono familiare, capace di infondergli sicurezza e distendergli i nervi, il suono del suo rifugio dal mondo, il suono dell’unico posto che l’ha accolto senza mai rinfacciargli nulla. Dario e Pino si danno da fare a coprire con mani di smalto nero ogni graffio o sverniciatura sulle vetrate e sul vetroresina, per garantire l’effetto dark delle messinscene. Così adesso, all’ora di pranzo, praticamente lì dentro è notte fonda. Al Luna Park non c’è nessuno. Sono tutti rintanati a riposare nei loro loculi ambulanti o a riempirsi la pancia in qualche osteria. È proprio come piace a Dario: è il momento perfetto.
I nodi sono diventati un diversivo per lui. Si è sempre esercitato durante le trasferte per ingannare il tempo, lasciandosi affascinare dalla magia dello scorrere della corda, il suo silenzioso intreccio in nodi magnifici e insolubili (“Ricorda: un nodo fatto bene è un nodo che resiste a tutti gli sforzi e che è facile da sciogliere”, “Niente spago o lacci perché nel momento in cui avrai veramente bisogno di quel nodo ci sarà bisogno di saperlo fare con una corda vera e non con uno spago!”) lo scorsoio semplice scivola tra le sue mani, ha un’ottima resistenza allo scorrimento, Dario lo prova di persona, c’infila la testa dentro e poi si lascia cadere, sferrando un calcio alla sedia di plastica che ha usato per salire al cappio del manichino.
Sente la corda premergli sui vasi del collo, sulla carotide, sulle giugulari, avverte la faccia gonfiarsi per lo sforzo di sopravvivere e gli occhi uscire dalle orbite, la gola restringersi e bruciare, la bocca riempirsi di bava, il corpo farsi pesante, di piombo, sembra quasi che lo stiano tirando giù per le gambe, invece è solo l’accelerazione di gravità di un corpo che cade.


Valentina Ramacciotti, fotografa freelance e insegnante, vive in Versilia. Ha pubblicato un romanzo, Piovono Ragni (Eretica Edizioni, 2018).

Immagine: Nunzia Tralli (@_inthislight)

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Un pensiero riguardo “La Casa della Paura

  1. Grande emozionante colmo di colpi di scena che lasciano il lettore curioso e curioso e ancora ! Scritto con mano sicura puntigliose nei minimi dettagli le descrizioni
    Brava alla scrittrice

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