Ventuno (estratto)

Estratto da Ventuno di Guillem López (Eris Edizioni, 2019), traduzione di Francesca Bianchi.


La caverna iniziava a risvegliarsi. Uomini e donne infettavano la terra e i loro corpi emaciati vibravano nel buio. Lunga vita ai divoratori della pietra.

Di lì a poco una folla cenciosa avrebbe iniziato a muoversi avanti e indietro nelle gallerie e nei tunnel. C’era un sovraffollamento di fame, pidocchi e miseria che ognuno si trascinava dietro con rassegnazione. Patetico. Un esercito di cadaveri ambulanti disposti a lavorare fino allo sfinimento per una misera paga e un posto sicuro dove dormire. Io ero diverso. Mi piace pensare che fossi diverso ed è per questo che ho lasciato il lavoro. Dovevo fare qualcosa, ma cosa? Immagino che qua sotto la domanda fatidica sia questa: che vuoi farne della tua vita? Che cosa vuoi fare di quello scampolo di tempo che ti rimane da quando ti tirano fuori dal secchio a quando ti buttano nel pozzo del riciclo? Domande, il veleno delle domande. E io senza un lavoro e senza idee, sempre arrabbiato, annoiato e arrabbiato. I miei vaneggiamenti intellettuali vennero interrotti da Unghia, un vecchio ballerino che andava in giro con un ombrello aperto sopra la testa. Nessuno sa dove lo avesse preso. Giravano voci che qualcuno lo avesse portato dalla superficie. Lui diceva che era un’eredità, anche se una volta disse di averlo trovato tra i denti di un coccodrillo morto. Nessuno gli dava retta. Era matto. Nel pozzo c’erano diversi svitati. Ognuno col suo marchio personale. Unghia aveva l’ombrello, Orbo Tre si dipingeva il corpo col gesso, Meloso andava in giro con Flor, un topo nero che portava sempre con sé dentro una sacca di pelle, Maná col suo tamburo di latta e molti altri; ogni galleria aveva il suo illuminato. E forse era la soluzione migliore qua sotto. L’ho scoperto da un po’. Unghia viveva meglio di tutti noi. Rideva di sé e degli altri, dei sacerdoti, delle guardie e delle loro bastonate, dei minatori e dei costruttori, dei chirurghi e delle bande di vampiri, rideva di tutto ma sempre con una nota macabra. A volte scommettevamo su quando lo avrebbero ritrovato col suo ombrello di carta infilato su per il culo. «Giovane!», disse quando arrivò dove ero io. «Giovane di gioventù eterna!» Non risposi. Non era necessario. Le parole non significavano nulla per Unghia. Schioccò le dita due volte e continuò per la sua strada, cantando e ballando. «I ragni hanno zampe in più», canticchiava. «È una fortuna se ne perdi una tu. Trallallà.»

*

Un po’ di tempo fa, Gago, uno degli unfratelli che vive nella nostra grotta, mi raccontò una storia su Unghia. Mi disse che era stato sacerdote del dio meccanico, che aveva vissuto in superficie, in una piramide di pietra, e che aveva volato su macchine alate, tipo dei pipistrelli di legno e metallo. Questo spiegherebbe il suo corpo non modificato, senza neanche un cavo né un circuito, perfino gli occhi sono quelli veri e non prismi multifocali come quelli dei venditori di bas. Gago mi spiegò che Unghia era impazzito quando il mondo in superficie si era sgretolato come una galleria di argilla ed era crollato a pezzi. Che il loro cielo infinito si era inquinato e che gli uomini dalla pelle scura si erano uccisi tra di loro. Unghia era fuggito nel sottosuolo, qui con noi. Perché l’avrà fatto? Quale persona sana di mente verrebbe a vivere volontariamente nel pozzo? Non bisogna dar troppo credito alle storie che racconta Gago. In parte perché continuiamo a mandare in superficie cristalli e zolfo e tanta altra merda che viene dalle profondità. Qualcuno che le compra c’è, anche se a noi non arrivano neanche le briciole di questi loschi traffici. E anche perché, come ogni sera, Gago puzzava di latte acido e i suoi denti erano marci come quelli di un tossico di bas. E perché è un maledetto figlio di puttana e non mi scordo di quando lui e gli altri unfratelli mi infilarono in un barile pieno di catrame e per poco la febbre non m’ammazza. Per me poteva cantare tutti gli inni del mondo, rimetterci entrambe le mani col suo meccapercussore o il culo in uno di quei vicoletti che frequentava per andarsi a comprare i funghi.

*

Voglio che sia chiara una cosa: unafamiglia mi vuole bene e io voglio bene a loro. È il nostro sacro vincolo. I sacerdoti della meccanica benedicono la unafamiglia. È la prima pietra su cui è stato costruito il pozzo. Tutto si regge sulla unafamiglia e sul vincolo. Unpadre, unamadre e degli unfigli di proprietà, in un loculo privato, dietro a una tenda, a succhiare gli ossi della zuppa. A volte, quando nel pozzo suona la campana del riposo, è quello l’unico rumore che si sente. Denti cariati che rosicchiano, succhiano il midollo della miseria. Lecca fuori, lecca dentro, perfora e taglia. È uno strano brusio, come un termitaio che non dorme mai. Ogni membro della unafamiglia dà quel che può e riceve quanto riesce a prendere. Così ti preparano alla vita reale. Unpadre e unfratelli sono adulti. Io e Anca non ancora. I loro corpi non sono più come erano in passato. Hanno sostituito parti ed elementi con organi meccanici che i monaci realizzano con rifiuti e ferraglia di scarto. Sono utili e lavorano bene. Ancora qualche ciclo e finiranno per diventare meccaninsetti, specialmente Ugo. Lui è un vero credente. Per due volte consecutive è stato eletto picconatore e scavatore di primo livello. Ricordo ancora la cerimonia nel tempio. Venne invitata tutta la unafamiglia e ci sedemmo in prima fila. La folla osservava in silenzio accalcandosi dietro alle grate. Non volevano perdersi nessun dettaglio. I sette eletti vennero cosparsi di olio e intonarono i cantici. Una decina di monaci batteva su tamburi di latta di ogni dimensione. Il Pater li fece giurare sul Manuale prima di raccogliere le loro offerte col bisturi e altri arnesi di ottima fabbricazione. Ugo offrì la lingua. Quando il chirurgo mostrò alla folla quella lampreda sanguinolenta si scatenò un’euforia improvvisa. Cazzo, era enorme. Gago si girò verso di me e sovrastando le grida disse che unamadre sarebbe stata orgogliosa. Io e unpadre non aggiungemmo altro. Penso che entrambi sapessimo che non era vero. Il mio rapporto con la unafamiglia consiste in un interminabile gioco in cui io mi nascondo e loro mi cercano. I monaci dicono che è l’età, che passa quando ti avvicini al momento in cui diventi adulto. Non so se sia così. La verità è che cerco di evitarli. Unpadre ormai non parla più. A volte sogno la sua voce ma è possibile che sia solo frutto della mia immaginazione perché non ricordo l’ultima volta che ha parlato. Nonostante tutto è un buon credente. Ha consacrato la sua vita e quella della unafamiglia al dio della meccanica. Forse se ne è pentito. Chi lo sa? L’unica cosa certa è che niente gli interessa ormai abbastanza da fargli aprire bocca. È un pezzo di carne da cui spuntano cavi e saldature. Qualunque cosa accada, se l’è meritata.

*

In quei giorni scoprii che non ero l’unico disoccupato perdigiorno del pozzo. Oltre alla fiumana di denutriti c’erano i fannulloni e anche quelli che non erano né vecchi né giovani e nessuno li voleva. Uomini e donne che non si erano sottoposti alle cerimonie chirurgiche e gironzolavano nei loro corpi originali, senza alcuna modifica. Ormai era troppo tardi. A quell’età la carne non accetta gli impianti né le connessioni del meccaninsetto. Non so perché succeda, ma tutti sanno che è così. Potrebbero farsi sostituire le gambe e gli occhi quasi ciechi, ma non servirebbe a nulla. Per il sistema sono inutili. E così passano il tempo ad aspettare la morte. Seduti sulle passerelle sospese o nei corridoi stretti, a masticare funghi, a fumare e a bere latte acido. Aspettano e basta, come me. Ci fu un periodo in cui facevo di tutto per morire il prima possibile. Scatenavo risse di continuo, con i mostri più orrendi e pericolosi che riuscivo a provocare. E infatti ho perso due denti, ho uno strano rigonfiamento tra due costole e a fatica riesco a chiudere la mano sinistra per via di una coltellata. Col passare dei cicli quella smania è scemata. Come succede agli uomini e alle donne di mezz’età. In fin dei conti, è questione di tempo. Loro raggiungeranno prima il loro obiettivo. Matematica del pessimismo. Comunque sia, avevo passato gli ultimi tre giorni a osservare tutti quegli uomini e quelle donne che non lasciano tracce quando camminano. Credo che stessi valutando varie possibilità. Sarei potuto diventare uno di loro? Forse, se fossi riuscito a evitare con qualunque mezzo la cerimonia che mi avrebbe fatto diventare adulto; se fossi fuggito dalla grotta e fossi scomparso per sempre; se avessi macinato chilometri e non più pietre e scatenato con la mia fuga l’ira dei sacerdoti. Il pozzo era un labirinto di gallerie e corridoi. Sarei potuto sgattaiolare via di notte e diventare un altro Unghia. Anche lui era privo di impianti e aveva ancora le sue mani e i suoi occhi lattiginosi e pure l’uccello in mezzo alle gambe. Fuggire senza abbandonare le profondità. Emarginarsi tra gli emarginati. Avevo solo bisogno di trovare un piano e il piano trovò me.


Guillem López, scrittore spagnolo classe 1975, si è fatto conoscere e apprezzare in Italia con Challenger uscito sempre per Eris edizioni nel 2016, suo primo romanzo a essere stato tradotto fuori dalla Spagna. Guillem López è un autore molto prolifico e oramai con una lunga carriera alle spalle: i suoi romanzi, sempre a cavallo tra generi diversi, gli hanno valso molti prestigiosi premi in Spagna e in Europa. Il suo lavoro è un punto di riferimento fondamentale per chiunque parli di romanzi di genere, di fantastico e di fantascienza: è uno dei nuovi volti della letteratura spagnola. Ventuno è il suo secondo romanzo a essere pubblicato in Italia.

Immagine: il romanzo è stato illustrato da Sonny Partipilo (1986) uno dei fondatori della casa editrice Eris. Ha frequentato l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Dello stesso autore ha illustrato il precedente romanzo Challenger.

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