Landolfi e l’impresa lunare

di Valerio Ragazzini


Era il 1969 quando il mondo intero, incollato al televisore, divenne testimone dei primi passi d’un uomo sul terreno lunare.

Da sempre il genere umano ama le sfide contro sé stesso e la natura, e con questo spirito salpa verso mete misteriose e lontane. Ma se in passato la scoperta di nuovi territori aveva uno scopo, fosse economico o di prestigio, la conquista della luna resta un caso del tutto particolare. Che si trattasse di una competizione tra due superpotenze, è cosa ormai nota, eppure la luna è sempre stata l’ossessione degli uomini: lontanissima, ma alla portata dei sogni di tutti.
In questo 2019, dopo sessant’anni, è tempo di riflettere su cosa è rimasto di quell’impresa che sconvolse il mondo intero, e per fare ciò possiamo scegliere la strada meno ovvia, quella della letteratura. In particolare, risale al 1950 il racconto lungo Cancroregina scritto da Tommaso Landolfi (1908-1979).
Il libro narra di due uomini che decidono di lasciare il pianeta, direzione appunto il nostro satellite; il testo è suddiviso in due parti: la prima contiene la narrazione dei fatti, di come il narratore-protagonista ha conosciuto Filano, un pazzo fuggito dal manicomio locale, e di come entrambi abbandonano il pianeta terra, la seconda parte è costituita dal diario del protagonista, ricco di riflessioni e sproloqui. Perché questi due individui decidono di abbandonare il pianeta a bordo della navicella chiamata Cancroregina?
Per cercare un mondo migliore. Il narratore ci presenta la sua condizione “disperata” tanto da essere sul punto di farla finita. Quand’ecco che Filano bussa alla sua porta in cerca di aiuto, quasi un incontro provvidenziale. Il folle racconta d’aver costruito una navicella in grado di staccarsi da terra e condurli fin sulla luna, dove potranno finalmente trovare un luogo più idoneo dove vivere. Il narratore si lascia convincere, perché non ha niente da perdere. Infatti, il protagonista/narratore mostra la sua natura di uomo ragionevole e sorretto dalla logica anche davanti ad una simile impresa: viaggiare fin sulla luna è un’ottima alternativa al suicidio.
Per quanto riguarda Cacroregina stessa, la navicella che Landolfi ci presenta è del tutto particolare rispetto a come siamo abituati ad immaginare questo genere di apparecchi: tanto per cominciare ha un nome e viene più spesso definita creatura, anziché macchina, nonostante sia composta da tubi e ingranaggi. Fin dal principio si ha infatti la netta sensazione che quell’apparecchio sia senziente e che presto o tardi i due viaggiatori si ritroveranno in balia dei suoi capricci.

Nel mezzo della grotta avevo veduto alla prima, e ora contemplavo con orrore più che con stupore, un grande oggetto di bizzarra forma, diversamente lucente; il quale, se devo riferire senza commenti la mia prima impressione, stava lì accosciata e tranquillamente ci guardava con mille occhi.

Questa personificazione inquietante ci porta inevitabilmente a riflettere sul significato del progresso. Landolfi sembra riversare in Cancroregina tutto il pessimismo con cui taluni guardano alle invenzioni dell’uomo, le quali finiscono presto o tardi per sfuggire al suo controllo, con esiti ovviamente disastrosi. L’intera fantascienza è ricca di esperimenti, invenzioni e trovate che si ritorcono contro le brillanti menti scientifiche.
Ma Cancroregina non rappresenta solo il progresso cieco e incontrollato, non è soltanto la personificazione delle ambizioni dell’uomo: questa creatura fabbricata da mano umana incarna il destino, un fato capriccioso e pronto a volgergli le spalle da un momento all’altro. “Homo faber fortunae suae” non è un motto che si adatta alle opere di Landolfi, tantomeno a Cancroregina. Non credo infatti che dietro all’insofferente navicella spaziale si celi un insegnamento, una morale secondo cui, essendo la creatura costruita da un folle, per uno scopo altrettanto folle, finirà per forza di cose in un disastro. Filano è un pazzo, certo, come la maggior parte di coloro che in letteratura vogliono raggiungere la luna, ma la navicella esiste davvero ed è in grado di portarli fin lassù. Il folle e l’uomo senza più speranza hanno tutte le carte in regola per raggiungere il nostro satellite.

La luna sarà nostra. E noi, ci pensate? Saremo stati i primi ad aver toccato quelle remote sponde. Gli unici no, perché desidero che tutto il genere umano, sebbene non lo meriti punto, tragga profitto dalla mia meravigliosa invenzione e da ogni altra mia scoperta.

Cancroregina è pronta a partire, è pronta a liberarli, a portarli fuori dal mondo a loro conosciuto. Sebbene sia stata costruita da mano umana, la navicella resterà fino alla fine qualcosa di ignoto e indecifrabile; proprio perché costruita da Filano, la sua vera natura e composizione sono nascoste nella mente malata dell’uomo, gelosissimo della sua creatura. Cancroregina, una volta costruita, acquisisce una sua volontà e obbedisce al suo padrone solo in apparenza. Difatti, una volta in viaggio, deciderà spontaneamente di abbandonare la rotta prestabilita e trascinare i suoi viaggiatori in un eterno vagabondare nello spazio profondo. I due non raggiungeranno mai la luna. Il protagonista si renderà così conto che temporeggiare non è servito a nulla, anzi, ha aggravato la sua condizione portandolo in giro per l’universo per l’eternità. Così, accompagnare Filano in questa folle impresa diverrà per il narratore soltanto un modo per prendere tempo prima della inevitabile morte. Il racconto incomincia con il protagonista sul punto di suicidarsi, e le ultime lucide annotazioni del suo diario sono desideri di morte. Allora, l’unica vera fantasticheria, l’unica vera follia di Filano è stata quella di credere in un mondo migliore. Tutta questa storia non è nient’altro che un prendere tempo prima della fine.
Il narratore finirà con l’uccidere Filano, trascinato nella più completa follia davanti all’incapacità di cambiare rotta, di imporre il proprio volere sulla sua stessa creatura. La diffidenza iniziale verso quello strano compare di viaggio si rivelerà infine autentica, e il suo cadavere resterà impigliato nella piccola atmosfera di Cancroregina, seguitando ad ossessionare il protagonista, inseguito per l’eternità dalla sua vittima. Quel girare a vuoto nell’oscurità dello spazio condurrà anche il narratore a perdere la ragione, sintomi manifesti nell’uso del linguaggio che un po’ alla volta, pagina dopo pagina, notiamo cambiare, corrompersi, farsi più astruso e intrappolato in assurdi giochi di parole, come nella miglior tradizione landolfiana:

Mangiato sesquipedale e draglia scopo combattere anguria.

[…] questa è l’opera di persecutori, o di persecumucche.

io rimango e ribanano fermo sulle mie posizioni.

È impossibile non notare una certa somiglianza, almeno nella struttura, con le Memorie del sottosuolo di Dostoevskij, peraltro tradotto proprio da Landolfi. In uno strano gioco di specchi, entrambi questi racconti lunghi sono suddivisi in due parti: le Memorie sono composte da una lunga riflessione e poi dalla narrazione dei fatti; al contrario, Cancroregina racconta i fatti e poi si perde nei meandri del ragionamento (e della sua controparte sragionata). Se il protagonista nelle Memorie ci parla da un sottosuolo ideale, quello landolfiano scrive dal cielo.
Cosa resta allora dell’allunaggio di Neil Armostrong? Non sappiamo se il progresso dell’uomo è in fondo soltanto una scusa per prendere tempo prima dell’inevitabile fine, quel che importa è che Landolfi ci ha consegnato un altro preziosissimo gioiello nella sua scrittura ricercata, capace di farci riflettere in meno di cento pagine sulla vita e la morte, sulla speranza degli uomini e su quei viaggi impossibili, eppure reali.


Valerio Ragazzini dal 2015 è tra i fondatori di un’associazione culturale sita in Faenza (RA) che si occupa di coordinare eventi culturali e pubblicazioni di carattere locale. Curatore della collana “novantasei: letteratura, arte e storia in Romagna” nella quale si occupa della sezione dedicata alla letteratura e alla riscoperta di testi locali. Dal 2018 la collana prende il nome Acsè nella quale vengono trattati temi legati alla cultura locale, dove pubblica laricerca Quella linea lunga e blu: gli scrittori romagnoli e il mare. Collabora con riviste di studi locali e approfondimento culturale come L’Ortica e La Piè.

Immagine: Serg Nehaev 

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